Giovani Comunist@ Alberobello
Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx
Porta le tue canzoni, la tua musica, quello che ascolti ed esprimi liberamente le tue idee, i tuoi pensieri!
Ogni Mercoledi, ore 19.00 musicforum organizzato dai Giovani Comunisti.
Circolo "V. Marraffa" Alberobello PRC- Sinistra Arcobaleno.
Siete tutt* invitati !!
Per info. Fabio 320-7643025// gc_alberobello@hotmail.it
In questa galleria le immagini scattate a Cuba da Giovanni Princigalli, fotografo e documentarista. Una lettura a metà tra la cronaca e l'arte. Dentro c'è un pezzo di storia degli ultimi 50 anni dell'isola. Una lettura "minimalista" e senza presunzione. Il tutto è affidato alle immagini che evocano le diverse realtà del Paese. Giovanni Princigalli è anche direttore di "Héros Fragiles cinema art & culture production" oltre che componente del Centre de Recherche sur l'Intermédialité
Département d'Histoire de l'Art et d'Études Cinématographiques
Université de Montréal
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/cuba-reportage/1.html
LA RINASCITA DELLA SINISTRA
Presentazione de
La Sinistra l’Arcobaleno
ad Alberobello
22 febbraio 2008 ore 18 e 30
piazza XXVII maggio n. 41
Interverranno:
Antonio Basile (Comunisti Italiani)
Tonia Guerra (Rifondazione Comunista)
Nico Catalano (Sinistra Democratica)
Tullio Torre (Verdi per la Pace)
Coordina: Michelangelo Dragone
I cittadini sono invitati a partecipare
Una proposta di Rifondazione rilanciata in maniera poco chiara dal leader del Pd di Alfonso Gianni
Confesso che capire quale sia esattamente la proposta che Walter Veltroni ha voluto avanzare l'altra sera a "Porta a Porta" sul tema del salario minimo, non è cosa davvero facile. Infatti ne esistono varie versioni giornalistiche. In attesa di precisazioni doverose che, immagino, verranno dalla lettura del programma elettorale del Pd, è comunque utile sfruttare l'occasione per qualche precisazione sul tema, visto che Rifondazione comunista non ha certo aspettato questa campagna elettorale per esprimersi sull'argomento.
Già nella passata legislatura depositammo una proposta di legge sul salario sociale, ovvero su un salario monetario e su un pacchetto di servizi sociali da offrire ai giovani inoccupati e ai disoccupati di lungo periodo.
Come vedremo tra poco la nostra proposta si muove in una logica del tutto diversa da quella proposta dal segretario del Pd. Quest'ultimo ha affermato che bisognerebbe prevedere un compenso minimo legale che per un contratto atipico non potrebbe essere meno di 1000-1100 euro mensili. Se la proposta resterà questa se ne possono fin d'ora trarre alcune considerazioni. Tale proposta non riguarderebbe coloro che sono privi di lavoro e che lo cercano, ma coloro che già lo hanno, seppure in modo precario. In sostanza saremmo all'interno di una fissazione legale di un minimo salariale. O, in maniera ancora più riduttiva (ma non credo) per una sorta di copertura salariale, di sostegno al reddito, di cassa integrazione sui generis estesa ai periodi di non lavoro dei precari.
La cosa già sconvolge il segretario della Cisl Bonanni, che ha subito lamentato una lesione del ruolo contrattuale delle parti sociali, secondo una logica ormai incline al corporativismo consociativo che pare prevalere nelle culture cisline. Non è certamente questo il punto, per quanto ci riguarda. Anzi, l'idea di porre fine al conflitto tra legge e contratto per quanto concerne i minimi delle retribuzioni salariali, mi pare al contrario un elemento positivo di modernità che trae fondamento dalla dimensione internazionale e allo stesso tempo estremamente frammentata del mercato del lavoro. Infatti le migliori riflessioni, proposte ed esperienze in campo europeo si muovono nella direzione di concepire un minimo salariale per legge, che funzioni da garanzia basilare per i lavoratori, al di sopra - ma mai al di sotto! - del quale comincia la contrattazione sia di carattere nazionale che di carattere aziendale.
Se dunque si trattasse di decidere che l'applicazione dell'articolo 36 della nostra Costituzione, che prevede il diritto per il lavoratore a una retribuzione che assicuri a sé e alla famiglia "un'esistenza libera e dignitosa", debba essere affidata, oltre che alla persistenza insostituibile del contratto nazionale di lavoro (quello che la Confindustria e i suoi estimatori vorrebbero abbattere), anche alla fissazione legale di un minimo di retribuzione, magari su scala oraria, saremmo nel campo di proposte che il nostro partito ha esplicitato da anni.
Ma se, invece e come sembra, la proposta di Veltroni è circoscritta al lavoro precario, siamo in una situazione completamente diversa. Vorrebbe dire che anziché combattere la precarietà la si sancirebbe dotandola semplicemente di una minima rete di protezione salariale. Senza contare che ciò rappresenterebbe un vistoso passo indietro rispetto allo stesso programma con cui l'Unione si presentò alla campagna elettorale di due anni fa. In quel testo si chiedeva infatti che il lavoro precario almeno non costasse meno di quello a tempo indeterminato, in modo da non creare una convenienza in partenza a farvi ricorso da parte padronale. Se la cifra è quella indicata da Veltroni saremmo comunque ben al di sotto delle retribuzioni per il lavoro a tempo indeterminato.
Il salario minimo non può essere inteso come uno strumento della lotta alla precarietà, ma sì invece, e non è poco, come uno strumento di difesa contro la compressione e la riduzione del valore reale e nominale dei salari e del lavoro. La lotta alla precarietà richiede invece una modificazione radicale delle norme che regolano il mercato del lavoro, appunto il superamento della legge 30, nel senso di una riunificazione nell'ambito del lavoro dipendente di ciò che lo è effettivamente e nel privilegiare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
I figli dei migranti «irregolari» potranno andare alla scuola materna anche nel Comune di Milano. Ci voleva la parola di un giudice per mettere al palo un’ovvietà tanto scontata, ma non a Milano. Il giudice della prima sezione civile del tribunale milanese, Claudio Marangoni, ha accolto il
ricorso presentato da una donna marocchina che si era vista rifiutare l’iscrizione della figlia alla scuola materna in base alla circolare razzista del dicembre 2007 che vieta l’iscrizione ai figli di migranti senza permesso di soggiorno o in attesa del rinnovo. Il giudice ha detto che la circolare è discriminatoria. Ma non solo, ha anche scritto che in Italia, un minore, «gode del diritto di rimanere sul territorio nazionale e di avere tutti i diritti di assistenza che ciò comporta, a prescindere dalla condizione di regolarità o irregolarità dei genitori». Formalmente, il giudice ordina così al comune di cancellare la parte discriminatoria della circolare o comunque modificarla nel senso.
Il ricorso era stato presentato il 15 gennaio scorso. La storia della donna è emblematica: 37 anni, mamma, migrante e lavoratrice precaria. L’avvocato Alberto Guariso ci racconta che meno di due anni fa, durante la maternità, la donna, essendo precaria, fu licenziata senza problemi. Perse così il lavoro e in base alla Bossi-Fini il permesso di soggiorno. Poi il calvario per cercare un altro impiego, difficile per una donna italiana in maternità, figurarsi per una marocchina a Milano. Il ricorso contro il Comune–continua il legale–si è basato sul Testo unico sull’immigrazione e sul presupposto giuridico che la condizione dei genitori non può influire sui diritti dei figli. «Secondo questo regolamento –dice Guariso–il minore non è mai clandestino. La convenzione internazionale sui diritti del fanciullo di New York, poi, spiega che lo Stato deve sempre prendere decisioni a vantaggio del bambino». E così è stato.
La sindaca Letizia Moratti e la sua giunta hanno sempre difeso a spada tratta la circolare, anche a costo di rimetterci i soldi del ministero dell’istruzione. Il ministro Giuseppe Fioroni, infatti, a fine gennaio, aveva minacciato di togliere la parità scolastica alle scuole materne milanesi e quindi tagliare i quasi 8 milioni di euro di finanziamenti se il comune non avesse cambiato la circolare. «Senza quei fondi dovremo tagliare molti posti. Il ministro se ne assuma la responsabilità» aveva risposto seccata Moratti. La questione era finita anche a Bruxells grazie
all’europarlamentare Vittorio Agnoletto che, insieme ad altri trenta eurodeputati, aveva presentato a inizio gennaio un’interrogazione parlamentare nella quale si chiedeva alla Commissione europea di prendere posizione. Secondo Agnoletto la circolare non rispettava alcuni principi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare gli articoli 14 e 24.
Il 26 gennaio, poi, durante la giornata di azione globale del forum sociale mondiale, la circolare razzista era stata la protagonista della giornata milanese. Un grande girotondo impertinente aveva circondato Palazzo Marino, sede del comune di Milano. Una catena umana fatta da bambini e genitori, insieme alle associazioni e ai movimenti milanesi. Un caloroso abbraccio simbolico a quelle istituzioni che non hanno mostrato un minimo ripensamento rispetto alle politiche sociali e di integrazione di questi ultimi anni. Come oggi. «Un gioco alla strumentalizzazione» l’ha definito l’assessore alle politiche sociali Mariolina Moioli appena avuta la notizia del ricorso accettato. «Non c’era bisogno di rivolgersi alla magistratura, avremmo accolto la figlia comunque». Un punto, questo, sul quale insistono molto gli avvocati. «Bisogna chiarire se parliamo di diritti oppure no» dice Guariso. «Per noi, ed ora anche per il giudice, è
un diritto, non un favore o una scelta discrezionale che può fare questo o quell’assessore».
La Striscia di Gaza è sulla soglia di diventare il primo territorio intenzionalmente ridotto allo stato di indigenza abietta, con la consapevolezza, l’acquiescenza e–alcuni direbbero–l’incoraggiamento dell’intera comunità internazionale.
Su questo minuscolo territorio, lungo di 40 chilometri e largo non più di 13-14 chilometri, un buio pesto discese alle 8 di sera il 21 gennaio, quando le luci si spensero in tutte le case dei suoi 1,5 milioni di residenti. Il regime di sofferenza inflitto ai palestinesi aveva varcato una nuova soglia.
Ci sono stati tre giri di vite sulla popolazione di Gaza, innescati dall’esito delle elezioni [parlamentari] nel gennaio 2006, dall’assunzione da parte di Hamas del controllo [nella Striscia di Gaza] lo scorso giugno e dalla decisione di Israele, presa in settembre, di proclamare Gaza un «territorio ostile». Ognuna di queste istanze finì per innescare restringimenti sempre più duri delle condizioni di mobilità per le persone e per i beni ai confini della Striscia di Gaza.
La chiusura dei confini di Gaza è senza precedenti. I palestinesi vi sono effettivamente incarcerati. La stragrande maggioranza non può lasciare ne entrare la Striscia di Gaza. Senza combustibili e senza pezzi di ricambio, le condizioni nel settore della sanità stanno precipitando mentre l’erogazione di acqua potabile e i servizi pubblici arrancano. L’erogazione di corrente elettrica è sporadica ed è stata ridotta ulteriormente.
L’assistenza medica è a rischio, gli ospedali sono paralizzati da interruzioni di corrente elettrica e dalla penuria di combustibile per i generatori. Le infrastrutture ospedaliere, inclusi i macchinari essenziali stanno smettendo di funzionare a un passo allarmante, con limitate possibilità di riparazioni o manutenzioni a causa della mancanza di pezzi di ricambio.
E’ struggente vedere l’impatto del boicottaggio [della Striscia di Gaza] su pazienti che avrebbero bisogno di accedere a cure mediche fuori dalla Striscia di Gaza. La domanda per cure mediche fuori Gaza è in aumento, man mano che il livello delle cure mediche disponibili scenda all’interno di Gaza. Ma il regime di permesso per trasferimenti per motivi di cure mediche è stato reso più duro.
Le condizioni di vita a Gaza sono scese a livelli inaccettabili per un mondo dedicato all’eliminazione della povertà e alla promozione di diritti umani come principi centrali. Il 35 percento della popolazione di Gaza vive con meno di due dollari per giorno, la disoccupazione ha raggiunto il 50 percento e l’80 percento percepisce una qualche forma di assistenza umanitaria. C’è una tale penuria di cemento che la gente non riesce più a costruire tombe per i morti. Gli ospedali stanno erogando lenzuola per usarle nei funerali.
Come possiamo [in quanto agenzia delle Nazioni unite per l’assistenza ai profughi palestinesi], nella Gaza di oggi, promuovere uno spirito di moderazione e di compromesso tra i palestinesi, o nutrire fiducia nella risoluzione pacifica delle contese? Ciò che dovremmo fare oggi, è promuovere la moderazione e rincuorare coloro che credono che le giuste prospettive di Gaza stiano in una pacifica convivenza con i suoi vicini. Diamo il benvenuto alle nuove iniziative di resuscitare il processo di pace, di revitalizzare l’economia palestinese e di costruire istituzioni. Queste colonne, sulle quale una soluzione del conflitto andrebbe eretta, sono proprio quelle che stanno per essere erose.
Non vi è mai stato un bisogno più urgente che non adesso, per la comunità internazionale di agire per riportare la normalità a Gaza.
Rifondazione, Sinistra Democratica, Verdi e Comunisti Italiani centrano il primo obiettivo: si corre insieme. Iniziative in tutta Italia il 23-24 febbraio. E per battere le destre propongono al Pd una «verifica» di coalizione o almeno un accordo tecnico al Senato. Via libera a Bertinotti se si corre da soli.
Insieme in una lista unica con un suo segno grafico. Alla vigilia delle elezioni anticipate, il percorso unitario avviato circa un anno fa tra Rifondazione, Sinistra Democratica, Verdi e Comunisti Italiani centra un suo primo, importante obiettivo.
La decisione di correre insieme nella tornata elettorale di aprile viene annunciata al termine di un lungo vertice (circa quattro ore) tra i leader dei partiti, i capigruppo e i ministri della Sinistra Arcobaleno. «Una scelta irreversibile», dice il segretario del Prc Franco Giordano. Ci sono ancora nodi da sciogliere, presto: si calcola che saranno messi in chiaro nel giro di quattro-cinque giorni. Primo: il rapporto con il Partito Democratico. La Sinistra chiede in forma unitaria a Veltroni una «verifica politico-programmatica», spiega Giordano. In altri termini: verificare, nel giro di pochi giorni (si immagina: 48 ore) la possibilità, sulla base di un programma condiviso, di allearsi per battere la Cdl e proporre così agli elettori una nuova coalizione di centrosinistra composta da due soli poli: Pd e "Cosa rossa". «A Veltroni chiediamo un confronto - dice ancora Giordano - sulla redistribuzione sociale, i salari, i diritti civili...». Nel frattempo però, alla luce del fatto che finora Veltroni continua a dire di voler correre da solo, la Sinistra programma comunque proprie «iniziative unitarie in tutte le città per il 23 e il 24 febbraio». Una sorta di «primarie sul programma», afferma ancora Giordano, per presentare agli elettori la propria proposta di alternativa.
Sul primo nodo, dunque, la palla è nelle mani del leader del Partito Democratico. Se la risposta continuerà ad essere no, se non prevarranno quelle forze pure interne al Pd scettiche sulla decisione del leader di percorrere la via solitaria alle urne (Fassino, D'Alema), si valuterà la possibilità di un accordo tecnico con Veltroni solo per le liste al Senato, «su scala nazionale - precisa Giordano - per difenderci dal Porcellum». Che, per come è fatto, se Pd e Sinistra corressero separate, potrebbe assegnare una vittoria schiacciante alla Cdl a Palazzo Madama, facendo mancare l'obiettivo - che sembra essere caro anche al Pd - di determinare una maggioranza risicata al centrodestra almeno in uno dei due rami del Parlamento.
Il secondo nodo da sciogliere è invece interno alla Sinistra. Trattasi del simbolo comune. La riunione di ieri non ha partorito risultati specifici, se non l'intenzione - per nulla scontata, si ricorderà, fino a qualche settimana fa - di correre insieme. I Comunisti Italiani continuano a insistere sulla necessità di affiancare al segno unitario - che potrebbe essere la Sinistra Arcobaleno presentata all'assemblea dell'8 e 9 dicembre a Roma - i simboletti dei quattro partiti. Insomma, Diliberto & Co. non cedono sulla "loro" falce e martello. Sulla sponda opposta, Sinistra Democratica rimane ferma nella convinzione che bisognerebbe presentare agli elettori un unico simbolo, senza quelli dei partiti. La materia è affidata a commissioni di studio che «arriveranno rapidamente ad una sintesi», assicura Giordano.
Il vertice di ieri ha prodotto un altro risultato unitario. Nel caso il Pd confermasse la linea della corsa in solitaria, il candidato della Sinistra alla premiership sarebbe Fausto Bertinotti. Sul suo nome, che lo stesso presidente della Camera aveva messo sul piatto in caso di accordo unanime, c'è il via libera di tutti i partiti. Sembra poi probabile che Bertinotti venga presentato in ticket con una donna, ma la questione è ancora oggetto di discussione.