Giovani Comunist@ Alberobello
Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx
Quando Bossi alza il tiro conviene drizzare le orecchie, e mantenerle ben aperte anche dopo aver fatto la tara sulle truculente iperboli tipiche del Carroccio. Chi parla non 蠩l leader di una forza pittoresca ma minoritaria e insignificante, l'ultima ruota nel gran carro della destra. Al contrario, la Lega 蠬a destra italiana: la sua anima e la sua pancia, il serbatoio che fornisce contenuti e ideologia. L'egemone.
Berlusconi altro non 蠣he un venditore furbo e dotato (di talento e mezzi) che ha raccolto quanto la Lega aveva seminato. Ha avuto l'astuzia, e forse anche il merito, di suonare la stessa musica dei padani, ma un'ottava pi?sa. Forza Italia, 蠶ero, ha avuto altre ambizioni: quella di raccogliere l'ereditࠬiberale e radicale, poi quella di costituire la nuova Dc. Ma sono rimasti miraggi, perch頓ilvio il mercante ha capito per tempo a chi doveva la sua forza elettorale. Non a Lucio Colletti n頡 Baget Bozzo. A Michela Brambilla e ai tanti che le somigliano.
Per questo chiedere a Berlusconi di dissociarsi da Bossi, come hanno fatto ieri i leader del Pd, significa non voler guardare in faccia la realtPer il capo di Forza Italia una dissociazione reale e profonda dal leghismo sarebbe un suicidio.
Gianfranco Fini attende con infinita pazienza che il re di Arcore si decida a incoronarlo delfino. Ha saputo costruirsi un'immagine sobria e rassicurante, anche a costo di perdere per strada fette consistenti dell'antica base missina. Pern gli servirࠡ molto. Finch頮on riuscirࠡ sfondare nel cuore della vera roccaforte della destra, quel nord leghista che di sobrietࠥ moderazione non sa che farsene, rischia di doversi accontentare del Campidoglio. Se gli va bene.
Del resto, per tracciare una qualche linea di demarcazione tra leghisti come Castelli o Calderoli e i nazional-alleati che l'hanno spuntata nella eterna faida interna, i Gasparri e i La Russa, servirebbe il microscopio. Dalla Lega hanno mutuato tutto il mutuabile.
L'onnipotenza della Lega negli anni del governo della destra non era dovuta alla paura di una nuova alzata di testa modello '94, ma soprattutto alla convinzione nutrita dal Cavaliere che gli umori e i malumori della sua gente somigliassero a quelli di Bossi pi? alle elucubrazioni di qualsiasi altro alleato. Convinzione saldamente conservata a tutt'oggi, e probabilmente non a torto.
E' questa egemonia della Lega sulla cultura e sulle strategie politiche dell'intera Cdl a determinare la decantata specificitࠤella destra italiana, l'incolmabile distanza dalle varie destre europee lamentata periodicamente dagli esponenti dell'Unione. Perch頱uella a egemonia leghista non 蠬a destra che ha guidato in occidente l'offensiva vincente degli anni '80, la destra della Thatcher e di Reagan, del monetarismo e del sostegno offerto sempre e comunque ai pi?chi. A modo suo 蠩nvece una destra di popolo, ma di popolo plebeo e incarognito, agitato dalla paura e dall'egoismo, guidato solo dalla ricerca del proprio vantaggio a breve e dalla paura ancestrale di arretrare sulla scala sociale.
Certo, se Bossi alza i toni come va facendo da settimane, in buona parte 蠰erch頴eme che Berlusconi si faccia tentare dalle sirene che lo spingono a sostenere un governo istituzionale rinviando a data da destinarsi le elezioni e, peggio, ad accettare l'intesa su una legge elettorale studiata per costringere il paese al bipartitismo. Ma l'esistenza di pressanti interessi tattici non significa affatto che la sterzata del Carroccio non corrisponda anche a un preciso sentire della destra diffusa, o che i proclami di Bossi non siano destinati a trovare eco precisa ad Arcore e persino nei salotti perbene degli industriali.
Proprio la mancata comprensione dell'egemonia leghista sulla destra 蠡lla base di molti tra gli errori del centrosinistra in questi anni, a partire da quello, capitale, di concentrare il fuoco sulle magagne e sui personali conflitti del Cavaliere invece di contrastare sul serio e a tutto campo la cultura diffusa che 蠡lla base del suo successo.
Altrettanto esiziale la frettolosa analisi in base alla quale il leghismo 蠤i fatto, nonostante opposte apparenze, blandito e vellicato da tutti, la convinzione cio蠣he il diffondersi di quella cultura sia dovuto solo a fattori materiali: rivolta contro l'esagerata pressione fiscale, insicurezza determinata dalla microcriminalitࠤiffusa, turbe provocate dall'immigrazione di massa. Questi elementi, ovviamente, esistono ma quel che li trasforma nel serbatoio inesauribile della cultura leghista 蠬a contemporanea assenza di un qualsiasi spazio pubblico nel quale i medesimi nodi possano essere affrontati e senza degenerare nell'egoismo e nella grettezza sociale che costituiscono il cuore del leghismo. E' la latitanza di una cultura politica capace di offrire alternative, anche sentimentali ed emotive, a quella della Lega, sia pur veicolata da Forza Italia o da Alleanza nazionale.
Questa alternativa non purto offirirla la gelida fusione tra consigli d'amministrazione politici soprannominata Partito democratico. Probabilmente non 蠵n caso se alla nascita di quel partito senz'anima corrisponde, a destra, una radicalizzazione degli istinti selvaggi riflessi nelle sparate di Bossi. Se dovesse fallire nel compito di costruire uno spazio pubblico e di offirire un'alternativa valida anche il futuro soggetto unitario della sinistra, si puar certi che la cultura leghista si radicherࠥd estender࠳empre di pi?forse non solo nella destra.
( Andrea Colombo, Liberazione )
La storia di Kenneth Foester, condannato a morte senza aver commesso un omicidio.
L'omicidio. Il 14 agosto del 1996, Foster si aggira in macchina nei quartieri alti di San Antonio, dove sulle strade si affacciano le abitazioni di chi ha soldi da spendere. Lo sanno bene i quattro ragazzi del ghetto nero di Austin, Kenneth Foster, Mauricio Brown, Dwayne Dillard e Julius Steen, perché stanno programmando una rapina. Con Foster al volante iniziano a seguire Michael LaHood Jr, il figlio di uno dei più noti avvocati bianchi della città. Quando scende dalla sua auto insieme alla fidanzata, Brown lo segue, mentre gli altri lo aspettano con il motore acceso. Pensano alla fuga, ai soldi che si divideranno. Ma improvvisamente si sente uno sparo: LaHood si affloscia sulla strada mentre la fidanzata urla, e i quattro provano a scappare senza successo. In poco tempo sono già davanti alla polizia.
L'iter processuale. Quasi un anno dopo, il 5 maggio del 1997, il processo si conclude con la condanna a morte di Kenneth Foster, che la sera dell'omicidio non ha mai toccato un'arma. Secondo la Law of Parties, la legge delle parti in causa, un individuo è responsabile di un crimine commesso da altri se è lecito pensare che avrebbe potuto prevederlo e, quindi, impedirlo. E, in forza di questa legge, Foster sarà giustiziato. In vigore solo in Texas, dove pochi giorni fa è stato condannato a morte il 400esimo detenuto dal 1982 e quasi altrettanti aspettano l'esecuzione, la Law of Parties è molto controversa anche negli Stati Uniti. A favore della sospensione della condanna del detenuto numero 999232 si sono pronunciati numerosi avvocati e associazioni, oltre alla giuria popolare del Texas, ma non c'è stato nulla da fare.
Chi è Kenneth Foster. Dice che non si rassegnerà mai, che è una lezione che ha imparato quando era bambino. Foster è nato nel ghetto nero di Austin nel 1976, da una prostituta e da un tossicodipendente con precedenti per droga. Frequenta le scuole superiori, si diletta in piccole rapine e si appassiona alla musica, soprattutto hip-hop. Dopo vari lavoretti in case discografiche della zona a 19 anni fonda una sua etichetta, la Tribulation Label, si sposa e nasce la figlia Nydesha. E ha continuato il suo percorso anche quando è diventato i detenuto numero 999232: scrive poesie, fonda l'associazione Drive. E' un gruppo di detenuti come lui condannati a morte che vuole fare conoscere i lati oscuri del sistema penitenziario statunitense dove si rimane in cella per 22 ore, si può parlare al telefono solo cinque minuti una volta ogni sei mesi e non ci sono possibilità di lavorare o studiare.
Si è celebrata ieri, 9 agosto, la "Giornata internazionale dei popoli autoctoni", istituita nel 1994 dall’Assemblea generale dell’Onu. Dal 2004 le Nazioni Unite hanno inoltre proclamato il "Secondo decennio a internazionale dei popoli indigeni e tribali", per rafforzare la cooperazione internazionale al fine di risolvere i problemi che hanno di fronte i popoli autoctoni nella conservazione delle loro culture, dell’educazione, la sanità, i diritti dell’uomo, l’ambiente e lo sviluppo economico e sociale. "I 370 milioni di persone appartenenti a popoli indigeni continuano ad essere vittima di discriminazioni, povertà e conflitti" - ha detto il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon invitando ad la comunità internazionale un azione "urgente" in loro difesa. ( unimondo.org ) |
Il sindaco di Pavia vuole demolire i tre capannoni idustriali in cui vivono 232 migranti.
Oltre duecento Rom, oltre duecento persone. Vivono nei capannoni dell'ex Snia di Pavia, che il sindaco ha deciso di abbattere. Formalmente, per una decisione tecnica e di sicurezza. Ma il fatto che quelle persone siano Rom non è un dettaglio, anzi. Le ruspe hanno iniziato i lavori di demolizione, subito fermati dalla magistratura. E mentre la politica cittadina litiga, le famiglie accampate rimangono ancora lì, nei due capannoni rimasti in piedi, messi sotto sequestro.
Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo e consulente della Procura antimafia del capoluogo siciliano nel processo Dell’Utri a proposito della misteriosa provenienza dei capitali della Fininvest, venerdì scorso ha “raggiunto un accordo transattivo” con la stessa Fininvest nella causa civile per danni che il gruppo Berlusconi gli aveva intentato lo scorso anno.
In cambio del ritiro della denuncia, Giuffrida dichiara che la sua consulenza depositata nel 1999 sulle operazioni “anomale” riscontrate nei finanziamenti alle holding di controllo della Fininvest a cavallo tra gli anni 70 e 80 era soltanto “parziale” e “non definitiva”, visto che si interruppe sul più bello nel 1998 con l’archiviazione del fascicolo aperto a carico di Silvio Berlusconi (per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco) per decorrenza dei termini d’indagine. Fin qui, nulla di nuovo: la circostanza era già stata precisata dai pm e da Giuffrida al processo Dell’Utri.
PROVVISTA INTERNA? La novità è che Giuffrida dichiara di essersi sbagliato quando, sotto giuramento dinanzi al Tribunale, sostenne che alcune operazioni finanziarie erano “anomale” e che 113 miliardi di lire dell’epoca (pari a circa 300 milioni di euro di oggi, in parte addirittura in contanti e assegni circolari) erano “flussi di provenienza non identificabile”: ora, otto anni dopo, ha avuto una folgorazione e improvvisamente ha scoperto che “le operazioni erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest”. La provvista dei soldi dunque non era esterna, come da lui sostenuto al processo sotto giuramento, ma “interna”. In pratica, i soldi a Berlusconi li dava Berlusconi stesso. Nessun sospetto di capitali mafiosi o poco trasparenti, dunque. Il Cavaliere è candido come giglio di campo, limpido come acqua di fonte. Tutto è bene quel che finisce bene (anche se resta da capire chi finanziava Berlusconi per consentirgli di finanziare se stesso).
Sulle ali dell’entusiasmo, i giornali del Cavaliere traggono deduzioni mirabolanti.
“Libero”: “Su Silvio un mucchio di balle”, “Ritratta tutto il perito dei giudici che accusò Fininvest di essere nata con i soldi della mafia. E’ la fine di una persecuzione e dei teoremi di Travaglio & C.”.
“Il Giornale” titola: “Crollano i teoremi sulla nascita della Fininvest”; sotto, un cronista appena licenziato da Repubblica perché avvertiva il Sismi di quel che scrivevano i suoi colleghi, racconta a modo suo “Il partito di Giuffrida che ha ispirato libri e show. Da Travaglio a Grillo e Luttazzi, così la sinistra ha elevato il funzionario di Bankitalia a eroe della resistenza anti-Cavaliere”. L’on. avv. Nicolò Ghedini si sporge un tantino oltre: “Berlusconi ha creato ricchezza e decine di migliaia di posti di lavoro in modo assolutamente corretto. Oscuri giornalisti sono diventati famosi e analfabeti di ritorno sono diventati scrittori, diffamando Berlusconi in merito all’origine del suo patrimonio. Molti dovrebbero scusarsi con lui”. L’On. Avv. non spiega chi avrebbe diffamato il Cavaliere, visto che tutte decine di cause civili intentate da lui e dai suoi cari contro i giornalisti (ma anche contro Daniele Luttazzi e Carlo Freccero) che hanno raccontato i misteri delle sue fortune sono finite con l’assoluzione dei denunciati e la condanna di Berlusconi & C. a rifondere le spese processuali. In ogni caso, se un consulente dichiara una cosa in un pubblico dibattimento, un giornalista la riferisce e poi il consulente ritratta, perché mai dovrebbe scusarsi il giornalista?
FATTI NUOVI O BUGIE? Spetta ora a Giuffrida spiegare quali fatti nuovi (non indicati nella transazione firmata venerdì) l’abbiano indotto al clamoroso voltafaccia. In caso contrario, spetterà eventualmente alla magistratura accertare quando il consulente abbia mentito: se al processo Dell’Utri (sotto giuramento) o nella transazione con la Fininvest. E, soprattutto, perché. Tantopiù che Giuffrida ha firmato la resa da solo, all’insaputa dei suoi legali, gli avvocati Maria Taormina Crescimanno e Antonio Coppola, che sabato l’hanno scaricato con una secca nota all’Ansa: “Il dottor Giuffrida ha personalmente ricevuto la proposta di transazione dalla Fininvest e solo il 18 luglio ha sottoposto ai suoi legali una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali. Il successivo 26 luglio il dottor Giuffrida ha inviato all'avvocato Coppola il testo della bozza parzialmente corretto. Consultatisi i difensori hanno tuttavia ritenuto di non condividere la proposta di transazione. Ieri i difensori hanno saputo dai media, e solo successivamente da Giuffrida, della stipula dell'atto che non hanno sottoscritto e che non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute” (dal che si deduce, tra l’altro, che l’atto diffuso dalla Fininvest e pubblicato da “Libero” con i loro nomi tra i firmatari, è un falso).
Noi, come facemmo con la consulenza del 1999, riferiamo anche la ritrattazione del 2007. E possiamo comprendere il tormento di un uomo solo che si trova chiamato in giudizio da un gruppo tanto influente sul piano politico, mediatico e finanziario. Ma, visto l’uso disinvolto che si fa della transazione a tarallucci e vino, qualche precisazione s’impone.
1) Dell’Utri è stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e non per riciclaggio. Dunque non in base alla consulenza Giuffrida, ma a una gran mole di prove (i giudici parlano di “imponente produzione di documenti rappresentativi di fatti, persone e cose mediante fotografie e filmati tv; perquisizioni nei luoghi di pertinenza anche di Dell’Utri; intercettazioni telefoniche e ambientali; sequestri di cose pertinenti ai reati e di documenti presso istituti di credito”). Correttamente la II sezione ha preso atto delle dichiarazioni di Filippo Alberto Rapisarda e dei mafiosi pentiti Francesco Di Carlo, Gioacchino Pennino e Tullio Cannella (in parte ritrattate in udienza dagli ultimi due) sul riciclaggio di denaro della mafia da parte della Fininvest, ma le ha ritenute insufficienti per trarne conclusioni così gravi. Quanto alla consulenza Giuffrida, gli stessi giudici la definiscono fondata su “una parziale documentazione”. E osservano che “evidenzia la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte operazioni effettuate dal gruppo Fininvest negli anni 1975-1984”, ma soprattutto che Giuffrida “non ha trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri”: il professor Paolo Iovenitti.
2) Per tentar di dimostrare che le operazioni sospette erano regolari e trasparenti, Dell’Utri getta in pista Iovenitti, luminare della Bocconi. Il quale però, in udienza, è costretto ad ammettere, dinanzi alle contestazioni dei pm e di Giuffrida, che alcune operazioni erano “potenzialmente non trasparenti”. Scrivono i giudici: “Non è stato possibile, da parte di entrambi i consulenti, risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. E allora le ‘indicazioni’ dei collaboranti e del Rapisarda non possono ritenersi del tutto ‘incompatibili’ con l’esito degli accertamenti svolti (…). La consulenza Iovenitti non ha fatto chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest”. Ora la ritrattazione di Giuffrida “scavalca” addirittura il consulente Fininvest che – si legge nella sentenza – “non ha contribuito a chiarire la natura di alcune operazioni finanziarie ‘anomale’ e a evidenziare la correttezza delle risultanze societarie, contabili e bancarie del gruppo Fininvest, in modo da escludere una volta per tutte la possibilità che Dell’Utri avesse utilizzato la Fininvest per la sua attività di riciclaggio”. Possibile che il consulente dell’accusa, in assenza di fatti nuovi, sia diventato più “buono” di quello della difesa?
PERCHE’ NON PARLI? Su un punto i berluscones hanno ragione: questa storia delle origini misteriose dei capitali Fininvest si trascina da troppo tempo. Ma chi meglio del titolare, cioè di Silvio Berlusconi, potrebbe fare piena luce? L’occasione d’oro gli si presenta il 26 novembre 2002, quando il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri gli rende visita a domicilio a Palazzo Chigi, con gran seguito di pm, avvocati e consulenti, per interrogarlo in veste di indagato di reato connesso. Ma lui, invece di chiarire una volta per tutte dove ha preso quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.
Il pm Ingroia lo stuzzica: “La sua deposizione sarebbe preziosa per dare un importante contributo all’accertamento della verità”. E snocciola le questioni che giudici e pm han deciso di sottoporgli: “I rapporti del sen. Dell’Utri con Rapisarda, Gaetano Cinà, Vittorio Mangano, la provenienza dei capitali...”. Il premier pare tentato di replicare, ma Ghedini lo stoppa, ribadendo la di lui intenzione di tenere la bocca chiusa. Giudici, pm e avvocati se ne tornano a Palermo a mani vuote. Scriverà il Tribunale nella sentenza Dell’Utri: “Il premier si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio”.
Ora che Giuffrida dice che è tutto regolare, c’è da sperare che se ne convinca anche il Cavaliere. E, visto che non ha nulla da nascondere, ritrovi la favella. Altrimenti si verrebbe a creare una situazione davvero curiosa: un funzionario della Banca d’Italia sa dove Berlusconi ha preso i soldi, e Berlusconi non lo sa.
PS. La Corte d’appello di Milano ha appena condannato a 2 anni Dell’Utri per tentata estorsione mafiosa insieme al capomafia di Trapani Vincenzo Virga ai danni dell’imprenditore Garraffa, che rifiutava di pagare un credito non dovuto di 750 milioni, per giunta in nero. Poco prima di mandargli il boss, Dell’Utri lo avrebbe avvertito con queste parole: “Abbiamo uomini e mezzi capaci di farle cambiare idea”. Così, a puro titolo di cronaca.
( Marco Travaglio )
Gli Usa promettono armi agli 'amici' mediorientali, contro l'Iran e per la stabilità.
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Prendete un regime non democratico, inondatelo di armi e otterrete un paese amico che collabora per la stabilità regionale. É questo il teorema con cui il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice e il ministro della Difesa Robert Gates iniziano la loro missione congiunta in medio oriente. La loro visita è stata preceduta dall'annuncio di un massicce forniture di armi destinate agli “amici” degli Stati Uniti, per contrastare l'egemonia iraniana nella regione. Nei giorni scorsi Washington ha infatti annunciato che fornirà armi per 20 miliardi di dollari all'Arabia Saudita, 30 a Israele e 13 all'Egitto.
Alta tecnologia. Il pacchetto di aiuti militari deve ancora essere approvato dal Congresso, che lo voterà a settembre, da ma più parti, anche negli Stati Uniti, si sollevano dubbi sul fatto che inondare il medio oriente di armi possa davvero essere un freno all'espansione dell'influenza iraniana sulla regione e, in particolare, alle ambizioni nucleari di Teheran. Secondo quanto annunciato le armi che verranno fornite agli alleati mediorientali comprendono anche pezzi di alta tecnologia, come missili a guida satellitare e navi da guerra. Forniture che il diplomatico Usa Nicholas Burns ha definito con un sofismo “difensive”. Nel corso delle conferenze stampa in cui hanno annunciato le forniture belliche, la Rice e Burns si sono sentiti chiedere più volte cosa vogliano gli Stati Uniti in cambio, ma la risposta ufficiale è sempre stata: “vogliamo aiutare le forze moderate, creare stabilità nella regione e rassicurare gli alleati sul sostegno statunitense”. “Qualche mese fa, durante una visita a Washington, mi era stato detto che il problema principale per la sicurezza degli americani nella regione era la mancanza di democrazia -ha commentato Karsten Voigt, diplomatico tedesco responsabile dei rapporti con gli Usa- ora invece si danno armi a paesi come l'Arabia Saudita che tutto sono salvo tranne che democratici”. Equilibrismi. Recentemente gli Stati Uniti si sono lamentati con il governo saudita per la sua opposizione all'esecutivo iracheno, guidato dallo sciita Al Maliki. Washington sospetta che i Sauditi stiano fornendo armi ai miliziani sunniti in Iraq, ma nel contempo loda l'impegno di Riyadh nel fermare i jihadisti sauditi diretti a Baghdad. Anche le forniture di armi per 13 miliardi di dollari dirette all'Egitto sembrano finalizzate a superare la diffidenza del Cairo verso il governo sciita iracheno. Mentre Israele, che non vede affatto di buon occhio la fornitura di armi a Egitto e Arabia Saudita, ha avuto una cospicua promessa di aiuti militari, 30 miliardi in dieci anni. Una quantità sufficiente per permettere al premier Olmert di affermare che “Gli Stati Uniti si impegnano a mantenere il divario militare fra Israele e i suoi vicini. Capisco la necessità degli Usa di sostenere gli stati arabi moderati -ha concluso il premier israeliano -. C'è molto bisogno di un fronte unito contro la minaccia iraniana”. Instabilità. “Penso che l'instabilità della regione debba essere addebitata all'Iran” ha candidamente spiegato la Rice ai giornalisti. Da tempo gli Stati Uniti temono che l'Iran possa creare un asse sciita da Teheran a Beirut. Secondo Washington, il regime degli Ayatollah cerca di produrre armi nucleari e destabilizzare la regione aiutando le milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e il regime di Assad in Siria. La Siria è un paese a magioranza sunnita governato dalla minoranza alawita, una branca dello sciismo. Damasco viene accusata di proteggere i capi della resistenza palestinese e consentire il transito di miliziani verso l'Iraq e di armi verso il Libano. Il portavoce del ministero della Difesa iraniano hasostenuto che “è una specialità della politica Usa quella di seminare paura nella regione e rovinare le buone relazioni esistenti tra i paesi del medioriente”. ”Vogliono provocare una corsa agli armamenti per far guadagnare le loro fabbriche belliche” gli ha fatto eco il ministro della Difesa iraniano, Mohammad Najjar, che ha concluso dicendo: “L'Iran non si preoccupa per una nazione amica che consolida le sue capacità difensive”. Che l'Iran non sia una minaccia alla stabilità della regione è anche l'opinione del governo dell'Oman, che rientra nella lista dei paesi che potrebbero ricevere armi da Washington. Pare infatti che la trattativa sulle forniture militari sia aperta con tutti i paesi del Gulf Cooperation Council (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Oman, Bahrain e Emirati Arabi Uniti). “Il nostro scopo -ha dichiarato la Rice- è riaffermare che il Golfo Persico e il Medio Oriente sono aree di interesse permanente e vitale per gli Stati Uniti”.( Naoki Tomasini , peacereporter.net )
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La vendita Telecom e i suoi amici.
Una plusvalenza record (2 miliardi di euro). Un evasione fiscale monstre (600 milioni). E decine di altri milioni spesi in "consulenze" per garantirsi entrambe. Il caso Telecom continua a condizionare l'economia e la politica italiana e continuerà ad instillare pillole al veleno sino a quando non sarà fatta piena luce sull'affare del secolo, la madre della stagione dei furbetti. Intanto, però, potrebbe costare un bel po' ai suoi protagonisti, cioè a soci e amministratori della scatola finanziaria lussemburghese di nome Bell, usata per incassare i profitti e non pagare le tasse. E' arrivata, infatti, dall'Agenzia delle entrate una notifica da 1,6 miliardi di euro per non aver dichiarato in Italia, con l'aiuto come vedremo di una serie di professionisti e divise compiacenti, gli straguadagni che hanno indebitato fino al collo Telecom. Una storia, anzi "la storia", tra affari e politica alla maniera della seconda Repubblica, con gli scalatori senza soldi ma con tante amicizie nella finanza che conta (che li usa come teste d'ariete) e una politica debole che si accoda, tifa, spinge le carte.
L'Opa Telecom non aveva come protagonisti "capitani coraggiosi" ma corsari e pirati pronti a qualsiasi cosa per mettere le mani sul bottino. Una vicenda non molto dissimile dalle "privatizzazioni" dell'ex-Urss, quando diversi personaggi più o meno legati al regime acquisirono a prezzi di saldo pezzi pregiati delle imprese pubbliche, rivendendoli con favolose plusvalenze e connesse evasioni. Un'apoteosi di conflitti d'interesse e commistioni che coinvolge diverse grandi "privatizzazioni" italiane come la svendita di gran parte del patrimonio immobiliare pubblico.
Una stagione sulla quale sarebbe bene che calasse oltreché la scure della magistratura anche quella della politica. Ma troppo spesso la politica era ed è complice di questo sistema.
Che cosa ha accomunato Gnutti, Consorte, Fiorani, Tronchetti Provera se non la garanzia quasi assoluta che le reti di relazione e potere bi-partisan avrebbero garantito la buona riuscita dell'affare? La storia è infatti bacata sin dall'inizio, dall'Opa originale su Telecom lanciata da Colaninno e Gnutti con il supporto di Mediobanca. Accanto al ragioniere di Mantova c'è infatti sin dall'inizio la finanziaria di Enrico Gnutti, quella Hopa dove si trovano a braccetto i "rossi" del Monte dei Paschi di Siena e della Unipol con gli "azzurri" della Fininvest, della Finanziere Gazzoni Frascara insieme a banche d'affari straniere come la Chase Manhattan e fondi di investimento più o meno intelleggibili. Controllata dalla Hopa c'è la Bell, la cassaforte lussemburghese dove è custodito il 22,5% delle azioni Olivetti che a sua volta controlla a cascata Telecom. Un bel gioco di scatole cinesi che è stato appositamente pensato per garantire la vendita estero su estero lasciando le plusvalenze al riparo del fisco italiano.
Quando Gnutti e i suoi si mettono d'accordo con Tronchetti per vendergli il tutto sanno che la Bell di Lussemburghese ha solo l'indirizzo e quindi scelgono di mettersi al riparo con consulenti tributari che sono una certezza in materia: l'avvocato Dario Romagnoli e Claudio Zulli. Romagnoli ha diviso il suo studio di diritto tributario ("Vitali-Romagnoli-Piccardi") con Giulio Tremonti fino al giorno in cui non è stato nominato ministro dell'Economia. È un ex-ufficiale della Guardia di Finanza ed è stato compagno di corso di Marco Milanese, che di Tremonti è capo della segreteria. Zulli è il commercialista di Gnutti, ma anche lui ha ottimi rapporti con il ministro, come ha ricostruito Carlo Bonini sulle colonne di Repubblica di ieri: «Nell'estate del 2005, documenta l'intercettazione telefonica di un suo colloquio con Consorte nei giorni chiave della scalata Bnl: l'allora numero uno di Unipol lo chiama per chiedere un incontro con Tremonti. "Devo ringraziarlo di due o tre cosette e gli devo spiegare un po' di roba perché mi deve dare una mano su cose importanti"». Proprio la loro documentata memoria difensiva, costata a Gnutti secondo la ricostruzione di Fiorani ben 25 milioni di euro, viene considerata valida e determinante dagli ufficiali della Gdf che a più riprese, e su esplicite reiterate sollecitazioni della procura di Milano, indagano sulla reale nazionalità della Bell.
Le indagini non lasciano spazio a molti dubbi: a Milano, in via dei Giardini 7, allo studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer", domicilio fiscale dichiarato dalla Bell gli ufficiali delle Fiamme Gialle acquisicono 193 documenti che confermano che «Bell appare essere sempre stata priva di proprio personale e di propri beni strumentali in Lussemburgo», che «la maggioranza dei suoi soci ha residenza in Italia»; che lo studio legale Freshfields Bruckhaus Deringer di Milano «non si è limitato all'esame delle questioni legali riguardanti la società, ma ha predisposto le assemblee sociali e le riunioni del cda, redigendone ordini del giorno e verbali; ha steso contratti e accordi tra i soci; ha partecipato a riunioni dell'assemblea Olivetti e alla sottoscrizione di atti», ha lavorato ad operazioni cruciali in stretto contatto non con un ufficio in Lussemburgo, ma con quello della «signora Maurizia Gallia», segretaria di Gnutti.
C'è abbastanza per stabilire che Bell è una finanziaria esterovestita appositamente per evadere il fisco italiano. Ma gli ufficiali che guidano gli uffici di Milano giungono a conclusioni diametralmente opposte. E chi sono questi signori? Sono gli stessi protagonisti dello scontro Visco-Speciale. A partire dal tenente colonnello Virgilio Pomponi, arrivato a Milano nel 2002 come "capo delle operazioni" del Nucleo regionale di polizia tributaria, ufficio che risponde direttamente al generale Spaziante, ed è destinato ad assumere presto il comando del nucleo provinciale di polizia tributaria. Pomponi è uno degli ufficiali per i quali Visco chiede l'avvicendamento. Secondo la campagna orchestrata dalla destra il suo allontanamento da Milano avrebbe prodotto «contraccolpi nelle indagini su Unipol e la lussemburghese Bell, nemmeno valutabili» nella loro gravità. Pomponi è in realtà proprio l'ufficiale che redige il "verbale di constatazione" che chiude il primo accertamento su Bell concludendo che la società è più lussemburghese che italiana e quindi soggetta alla locale legislazione fiscale, che prevede l'esenzione sulle plusvalenze ottenute dalla cessione di partecipazioni azionarie.
( Andrea Di Stefano, Direttore "Valori" mensile dell'altrafinanza )