Giovani Comunist@ Alberobello
Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx
Ecco in sintesi cosa prevede la riforma:
- 58 ANNI DAL 2008: nel 2008 si potrà andare in pensione a 58 anni di età e con 35 di contributi (inferiore quindi ai 60 previsti dallo scalone Maroni).
- QUOTA 95 DAL LUGLIO 2009 CON ALMENO 59 ANNI ETA', 61 dal 2013: dal luglio 2009 si potrà andare in pensione con una somma tra età anagrafica e anni di contributi pari a 95 ma con almeno 59 anni di età. Dal primo gennaio 2011 la quota passa a 96 (con almeno 60 anni di età) mentre dal primo gennaio 2013 la quota diventa 97 (con almeno 61 anni di età). Prima dell'ultima quota andrà fatta una verifica sui risparmi: se fossero significativi la quota 97 potrebbe essere esclusa.
- AUTONOMI SI LAVORA UN ANNO IN PIU': l'età necessaria alla pensione di anzianità è per i lavoratori autonomi sempre un anno superiore a quella dei lavoratori dipendenti.
- ESCLUSI DA AUMENTO ETA' 1,4 MILIONI DI LAVORATORI IMPEGNATI IN ATTIVITA' USURANTI: Saranno esclusi dall'aumento dell'età i lavoratori impegnati nelle attività usuranti previste dalle norme del 99 (come quelli che lavorano nelle miniere e nelle cave) ma anche quelli impegnati su tre turni e quelli con attività "vincolate" (come la catena di montaggio). Il Governo calcola che si tratti di 1,4 milioni di lavoratori complessivi.
- CON QUARANTA ANNI CONTRIBUTI SI ESCE CON QUATTRO FINESTRE: chi ha maturato 40 anni di contributi non subirà la riduzione da quattro a due finestre, prevista dalla legge Maroni, ma potrà continuare a uscire dal lavoro con quattro finestre l'anno (gennaio, aprile, luglio e ottobre, invece che solamente gennaio e luglio).
- ETA' VECCHIAIA DONNE RESTA A 60 ANNI: l'età di pensionamento di vecchiaia delle donne resta a 60 anni, anche se una Commissione potrà valutare la possibilità di prevedere alcune finestre per l'uscita verso la vecchiaia.
COEFFICIENTI DI TRASFORMAZIONE
1. L’adeguamento dei coefficienti di trasformazione è elemento inderogabile del sistema contributivo (art. 1, comma 6 della legge 8 agosto 1995 n. 335.
E’ istituita una commissione composta di esperti nominati dal Governo e dalle OO.SS. più rappresentative con il compito di verificare, proporre modifiche entro il 31/12/2008 dei seguenti elementi dell’attuale regime pensionistico contributivo, nel rispetto degli andamenti e degli equilibri della spesa pensionistica di lungo periodo e delle procedure europee:
le dinamiche delle grandezze macroeconomiche, demografiche e migratorie che influiscono sugli attuali coefficienti;
l’incidenza dei percorsi lavorativi discontinui, anche alla luce delle modifiche apportate dal Governo, al fine di verificare l’adeguatezza degli attuali meccanismi di tutela delle pensioni più basse e di proporre meccanismi di solidarietà e di garanzia (che potrebbero portare indicativamente il tasso di sostituzione al netto della fiscalità ad un livello non inferiore al 60%), facendo salvo l’equilibrio finanziario dell’attuale sistema pensionistico;
il rapporto intercorrente tra l’età media attesa di vita e quella dei singoli settori di attività;
2. In questo ambito, in fase di prima rideterminazione dei coefficienti di trasformazione di cui all’art. 1, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in applicazione dei criteri di cui all’art. 1, comma 11, della medesima legge, la Tabella A allegata alla citata legge n. 335 del 1995 è sostituita, con effetto dal 1 gennaio 2010, dalla Tabella A aggiornata (vedi allegato 1).
3. La cadenza temporale per l’applicazione dei coefficienti diventa 3 anni. Sarà compiuta una verifica decennale della sostenibilità ed equità del sistema generale.
4. L’aggiornamento dei coefficienti viene effettuato con decreto del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, di concrto con il Ministero dell’economia e delle finanze.
5. Nelle more dell’eventuale modifica legislativa sulla base delle proposte della Commissione restano ferme le disposizioni di cui alla vigente normativa salvo le modifiche di cui ai pun
- COSTO RIFORMA: 10 MILIARDI IN 10 ANNI: Il costo previsto della riforma è di 10 miliardi in dieci anni e le risorse saranno trovate all'interno del sistema previdenziale.
( rielaborazione fonte ANSA )
Dopo gli incendi dei giorni scorsi in cui la Puglia ne è stata vittima anche nelle sue aree protette, si contano i danni: è la Calabria la regione ‘verde’ più colpita, con oltre 130 incendi attivi dal Pollino all’Aspromonte, comprendendo anche il Parco della Sila e quello regionale delle Serre. Altra regione dalle valenze naturalistiche importantissime l’Abruzzo, che ha visto andare a fuoco boschi nel Parco della Majella, nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise - riporta il WWF che valuta in 9.000 gli ettari bruciati. ( unimondo.org ) |
Il governo è diventato un triunvirato (Prodi, Padoa e Rutelli) più D'Alema ospite di riguardo. Risponde alla borghesia che vuole la sinistra all'opposizione.
e una società organizzata in modo totalitario sulla sola superiorità etica del mercato. Come uscire dalla trappola? Rilanciando la lotta sociale.
Dunque, il portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana, dice che il protocollo d'intesa tra governo e sindacati - su pensioni, Welfare e precarietà del lavoro - è "sostanzialmente inemendabile". Lo dice in un torrido sabato di mezz'estate, quando la metà, o giù di lì, della popolazione italiana si sta inerpicando sulle autostrade, per la meta di una o due settimane di ferie, e pensa, se mai, alla "inemendabilità" della politica - di questa politica. Lo dice all'indomani di un incontro-pranzo, tra il premier e i quattro ministri della sinistra, che pareva essersi concluso sì un po' vagamente, ma senza termini perentori. Ora, per chi si fosse illuso sulla disponibilità dell'esecutivo ad ascoltare ancora, ad avere un supplemento di confronto con le forze della coalizione che rappresentano almeno sei o sette milioni di elettori, è tempo di prender atto, appunto, che si è trattato soltanto di un'illusione. La parola passa al Parlamento, ma soprattutto alla battaglia sociale, che preannuncia un autunno molto più bollente dell'estate, e denso di conflitti contro i protocolli e i pacchetti "inemendabili". Non discussi, se non in parte, nemmeno da normali riunioni del Consiglio dei ministri. Non trattati, se non in parte, con la più grande organizzazione sindacale del paese. E, per di più, alla fine scritti da una penna della quale il minimo che si possa dire è che si trattava di una penna di facili costumi.
Ma che cosa sta davvero succedendo? Tre cose molto chiare, e strettamente connesse l'una con l'altra. La prima è la "nascita virtuale" del Partito Democratico: un partito che (ancora) non c'è ma opera come se ci fosse. E che si è già dotato di un leader e di un impianto politico-ideologico non solo di esplicita caratterizzazione centrista, ma di stretta sintonia con Confindustria e i massimi poteri forti del paese (Bankitalia). Questa nascita ha inferto un colpo quasi mortale all'Unione e ai suoi equilibri interni: il programma della coalizione, quello su cui pur a stento si era vinto il 10 aprile 2006, è stato nei fatti derubricato a mera "chiacchiera elettoralistica", e la sua componente di sinistra viene tendenzialmente ridotta ad "intendenza". Forza e forze di complemento che devono, né più né meno, accodarsi alle decisioni prese dal Governo Vero - quel quartetto formato da Prodi, dai vicepremier e dal ministro Padoa Schioppa nel quale a volte perfino il ministro degli esteri appare solo un ospite di riguardo. A questa scelta strategica, si aggiunge la partita tutta legata alla lotta dei poteri interni. Prodi (ma non solo) sa bene che, dopo il 14 ottobre, il giorno in cui Veltroni sarà incoronato capo del Piddì, avrà formalmente inizio una fase di accentuato "dualismo", appunto, di poteri e di instabilità ulteriore per un Governo che di stabilità non è finora scoppiato. Sa cioè che rischia di cadere per gli effetti di un processo "inevitabile" (l'accelerazione impressa al cammino del Pd), che egli stesso ha tentato invano di contrastare come ha potuto e che nei fatti contribuirà a delegittimarlo. Perciò, gioca il tutto per tutto: per un verso, cerca di scaricare addosso alla sinistra l'eventuale responsabilità della crisi ("Se cado io, cadono anche loro"), per l'altro verso, tenta di "sterilizzarla" e di guadagnarsi, agli occhi dei poteri forti, un merito strategico non piccolo (un terzo scenario, quello in cui l'attuale premier potrebbe succedere a se stesso e gestire una maggioranza diversa appare, allo stato, alquanto improbabile). In ogni caso, il paradosso è che il nemico principale del governo dell'Unione sta diventando proprio lui, Romano Prodi.
La seconda cosa che sta succedendo è la possente offensiva, mediaticamente supersostenuta, della borghesia nazionale - ed europea. Sul terreno che più direttamente la interessa, cioè le scelte di politica economica e sociale, la borghesia ha decretato che è venuto il tempo in cui la sinistra deve essere cacciata dal Governo - da questo governo. Non perché esso stia scivolando su posizioni bolsceviche, ma perché, comunque, tende ad essere, e a rimanere, un terreno aperto di conflitto, contrattazione, lotta politica. Non perché esso abbia realizzato politiche antiborghesi (anzi), ma perché non soddisfa l'istanza oggi fondamentale della borghesia stessa: quel primato sovraordinatore della logica dell'impresa e del mercato che, nelle vesti (Montez.) dell'antipolitica o in quelle (Draghi) della stabilità monetaria e del veto a ogni politica espansiva, si pone oggi come un paradigma sostanzialmente neo-totalitario, insofferente di ogni mediazione, ma anche di ogni compromesso sociale. Le ragioni di questa svolta seccamente a-democratica, o del divorzio tendenziale tra capitalismo e democrazia liberale, sono certo complesse, non limitate all'ambito nazionale e andranno prima o poi seriamente indagate. Intanto, è evidente che si sono irrobustite dopo la vittoria di Sarkozy in Francia e la débacle della sinistra: l'attacco diretto alla sinistra, il pesante interventismo nella trattativa previdenziale e sull'intero pacchetto Welfare e mercato del lavoro, la discesa in campo proreferendaria ne sono soltanto i segni più visibili. In concreto: sono soprattutto loro, i poteri forti, a lanciare la sfida. Vogliono che cada questo governo, e pretendono un governo, diretto da chiunque - da Montez. in persona a Lamberto Dini - che non comprenda al suo interno le sinistre - o una sinistra capace di affermare le proprie ragioni.
La terza e ultima cosa consegue alle altre due: stanno preparando la riedizione, riveduta e aggiornata, del '98. Si tratta di costringere Rifondazione, comunisti italiani, Verdi e anche Sinistra Democratica, a scegliere tra un'alternativa micidiale: o rompere o cedere. Nel primo caso, assumendosi la responsabilità di precipitare il paese in una crisi al buio, di esporlo alla minaccia più che corposa del ritorno berlusconiano, comunque di farlo arretrare pesantemente nel proprio asse politico, data l'insussistenza di un'alternativa di governo più avanzata dell'attuale. Nel secondo caso, assumendo sulle proprie spalle tutto il peso, e il sacrificio, di una politica che ha già logorato in profondità il rapporto di fiducia tra questo governo e un'amplissima porzione del popolo di sinistra. Insomma, la tagliola è chiarissima: sinistre dannate o all'inaffidabilità o all'impotenza, nel migliore dei casi. Alla perdita della loro capacità non solo di rappresentare ma di far valere le ragioni e le speranze di milioni di persone - non le proprie medie o piccole botteghe.
Se queste tre cose sono sufficientemente fondate, la quarta ne viene di conseguenza: la necessità di una grande battaglia politica, nella società e nelle istituzioni, capace di imporre quei risultati - sulla previdenza, sullo Stato sociale, sulla precarietà - che non siamo stati capaci di raggiungere nelle sfere separate della politica di palazzo. Non ritocchi, non piccoli aggiustamenti, ma concreti segnali di rispetto del programma originario dell'Unione. E non un esercizio di mobilitazione "muscolare", ma una ripresa a tutto campo del protagonismo di forze - la sinistra - che sanno di essere determinanti, anzi necessarie. Se ci sarà un autunno degno di questo nome, difficilmente Romano Prodi potrà fare orecchie da mercante. Ma se non ci sarà...non voglio neanche pensarci ai guai che ci aspettano.
( Liberazione, Rina Gagliardi )
Trentadue immigrati clandestini, tutti di nazionalità egiziana, sono riusciti a fuggire dal Centro di prima accoglienza del rione San Paolo di Bari dopo tafferugli con le forze dell'ordine. Lo si è appreso dal questore di Bari Francesco Speranza. Altri quattro loro connazionali, nello scavalcamento del muro di cinta della struttura, sono rimasti feriti e sono stati ricoverati in ospedale.
Quattro egiziani, inoltre, sono stati arrestati con le accuse di lesioni, danneggiamento, resistenza e violenza a pubblici ufficiali. Negli scontri con gli immigrati, sono stati 15 gli agenti di polizia, i carabinieri e le guardie di Finanza che hanno riportato lievi ferite e contusioni. A quanto si è appreso, il gruppo di egiziani era giunto da Lampedusa e negli ultimi giorni aveva tentato più volte di fuggire dal centro.
Secondo una ricostruzione dell'accaduto fatta dagli investigatori, sono stati circa un centinaio gli egiziani che hanno tentato di fuggire dal centro di permanenza temporanea di Palese, alla periferia del capoluogo. Gli extracomunitari erano giunti da Lampedusa negli ultimi giorni. Nell circostanza sono intervenuti agenti della vigilanza, della Questura, delle sezioni squadra mobile, reparto mobile e ufficio immigrazione, carabinieri e militari della Guardia di finanza che hanno tentato di contenere la fuga.
Nonostante questi interventi, trentasei cittadini egiziani sono riusciti ad allontanarsi e far perdere le proprie tracce. A conclusioni di indagini, agenti della squadra mobile hanno arrestato quattro cittadini extracomunitari egiziani, tra i più facinorosi.
( canisciolti.info )
La fede e il carisma non si misurano certo in dollari, ma la popolarità un po' sì. E se si vuole affidare al vile denaro la misurazione del rapporto di fiducia che lega i cattolici a papa Ratzinger, un termometro con i numeri belli chiari c'è. Si chiama 'Obolo di San Pietro' e indica da oltre 13 secoli le offerte che i fedeli di tutto il mondo spediscono direttamente al pontefice come contributo diretto alla sua missione. Bene, nel 2006 l'obolo è aumentato del 58 per cento per toccare quota 101,9 milioni di dollari. Niente male per un papa che all'inizio del pontificato veniva spesso dipinto come un algido teologo, lontano chissà quanto dal suo gregge. Certo, in Vaticano se n'erano accorti perfino le guardie svizzere e chiunque frequentasse le udienze generali del mercoledì o l'Angelus del mezzogiorno della domenica.
"Affluenze quasi raddoppiate", si conteggia da mesi all'ombra di San Pietro. Ora, cominciano ad accorgersene anche le casse vaticane. Non c'è scandalo-pedofili che tenga. Nessuna ingerenza politica che si paghi. Nessuna gaffe nei rapporti con le altre religioni che si sconti. La realtà è che Benedetto XVI guida una chiesa che finanziariamente scoppia di salute. E dove lo stesso obolo di San Pietro è poco più di una goccia in un mare di soldi gestito con oculatezza, riservatezza e prudentissima divisione in compartimenti stagni.
"Noi non rischiamo: in materia economica siamo tradizionalisti", ama dire il cardinale Sergio Sebastiani quando qualcuno, banchiere o giornalista che sia, prova a contestargli un eccessivo amore per i titoli di Stato rispetto alle azioni. Sebastiani, marchigiano di Montemonaco, guida da 10 anni la Prefettura degli affari economici della Santa Sede e risponde direttamente al nuovo segretario di Stato, l'ex arcivescovo di Genova Tarcisio Bertone. La prefettura controlla formalmente i conti della Città del Vaticano e presenta ogni anno una sorta di bilancio consolidato della Santa Sede, ma sbaglierebbe di grosso chi sognasse di trovarvi dentro un quadro complessivo delle finanze petrine. In realtà, i bilanci del Vaticano sono sfalsati su diversi livelli, tra Santa Sede, Ior e Governatorato. La Santa Sede è il vertice organizzativo della Chiesa, con i suoi servizi destinati a tutte le diocesi e agli istituti religiosi, e per le questioni finanziarie si serve dell'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica). Il Governatorato gestisce invece l'entità territoriale dello Stato della Città del Vaticano, mentre lo Ior è un istituto bancario che ha sede in Vaticano, ma risponde direttamente al papa. Insomma, i bilanci del Governatorato e dello Ior non entrano in quelli della Santa Sede, esattamente come quelli delle varie conferenze episcopali o degli ordini religiosi. Un sistema intricato come pochi, ma che ha l'indubbio vantaggio di consentire alla Chiesa cattolica di scegliere quando avvalersi della sovranità di uno Stato che non deve rispondere alle leggi di altre nazioni (il Vaticano), quando giocare fino in fondo tutto il proprio ruolo religioso e morale (la Santa Sede), quando risolvere problemi organizzativi interni (Apsa) e quando investire sui mercati internazionali nella massima discrezione (Ior).
Il momento di massima 'glasnost' finanziaria del Vaticano cade di solito tra la fine di giugno e i primi di luglio, quando il cardinal Sebastiani illustra alla stampa di tutto il mondo il bilancio consultivo consolidato della Santa Sede. Quello del 2006, svelato il 6 luglio scorso, registra 227,8 milioni di entrate, contro 225,4 di uscite. L'utile finale di 2,4 milioni di euro è in netta contrazione rispetto ai 9,7 del 2005, ma non è questo il dato fondamentale, visto che non è compito della Santa Sede fare il pieno di profitti. Ben più interessante, per capire le dinamiche interne, è andare a vedere le singole voci. Ad esempio, nel 2006 la massa delle contribuzioni arrivate da Conferenze episcopali, diocesi, istituti religiosi, fedeli ed enti vari è salita dell'16,3 per cento a 86 milioni di euro.
Lo si potrebbe definire un discretissimo quanto plebisicito interno per la gestione di Benedetto XVI. Stati Uniti, Germania e Italia sono sempre le tre conferenze episcopali che contribuiscono di più, ma quest'anno la nazione di papa Ratzinger ha scavalcato gli Stati Uniti. Mentre se si va a guardare le offerte libere, i cattolici statunitensi sono sempre i primi della lista e questo fa a dire a Sebastiani che "il calo delle offerte del quale parlavano i giornali americani in relazione allo scandalo dei preti pedofili, per quanto riguarda la Santa Sede non è avvenuto".
Visto dal Vaticano, semmai, il problema degli Stati Uniti è il dollaro debole. Con le fluttuazioni del cambio, si calcola che l'Apsa abbia perso sette milioni di euro sulla divisa americana, dove pure c'è scritto 'In God we trust' (una fiducia evidentemente non ricambiata). E dire che tra i consulenti ufficiali dell'Apsa figurano bei nomi della finanza internazionale come il banchiere americano Robert McCann (Merril Lynch), l'irlandese Peter Sutherland (Goldman Sachs), il francese Antoine Chappuis e l'italiano Carlo Gilardi (ex amministratore delegato di Benetton).
Gli affari sono andati molto meglio nel settore immobiliare, dove l'Apsa ha un saldo netto di 32,3 milioni su 59,3 milioni di ricavi complessivi. C'è stata qualche vendita, ma si tratta in grandissima parte di affitti riscossi da un patrimonio immobiliare su cui circola ogni genere di leggenda. Una delle poche stime affidabili (totalmente ufficiosa), parla di immobili per un valore di almeno 450 milioni di euro, ma deve fare i conti con valori a volte meramente catastali e quindi ben al di sotto di quelli del mercato vero.
All'interno dell'Apsa, gioca un ruolo di notevole rilievo economico anche la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli (in pratica, le missioni), dotata a sua volta di un patrimonio immobiliare sterminato e affidata da un anno al cardinale indiano Ivan Dias. In definitiva, si può dire che i proventi dell'attività immobiliare sono andati sostanzialmente a coprire le perdite di Radio Vaticana (23,8 milioni nel 2006) e dell''Osservatore Romano' (4,4 milioni): due mezzi di comunicazione strutturalmente in rosso, ma sulla cui necessità nessuno, in Vaticano, osa dubitare.
Se questa è la fotografia istantanea che emerge dal bilancio dell'Apsa, bisogna però ricordarsi che questa documento non consolida né il bilancio del Governatorato, né quello dello Ior. Del primo, affidato al novarese monsignor Giovanni Lajolo, si sa che ha chiuso il 2006 con un utile di quasi 22 milioni di euro realizzati grazie a qualche risparmio sul personale (circa 1.500 dipendenti) e soprattutto grazie al boom dei Musei Vaticani. Dello Ior, invece, si sa sempre di meno. Dopo il suo coinvolgimento nello scandalo del Banco Ambrosiano, (il Vaticano non riconobbe alcuna colpa, ma fece una donazione 'spontanea' di 241 milioni di dollari ai creditori), la banca guidata da Angelo Caloia si è ulteriormente inabissata. Opera sostanzialmente come un fondo d'investimento chiuso.
Si sa che paga buoni rendimenti. Pare che abbia un patrimonio che sfiora i 6 miliardi di dollari e che anche quest'anno abbia staccato un assegno di qualche decina di milioni di euro, consegnato direttamente al papa dallo stesso Caloia. Che cosa fa il papa di tutti questi soldi? È ragionevole pensare che si uniscano a quelli dell'Obolo di San Pietro. Ovvero, che vadano a finanziare non solo la sua missione apostolica in giro per il mondo, ma soprattutto il sostegno personale che il pontefice dà alle diocesi più povere del pianeta.
Anche capire chi ha davvero in mano i cordoni della 'borsa di Pietro' non è impresa facile per i comuni mortali. Dato per scontato il ruolo istituzionale del cardinal Bertone, che come segretario di Stato ha la massima responsabilità di governo della macchina vaticana, appare in calo il peso della Prefettura per gli affari economici. Nonostante il cardinal Sebastiani si sia circondato di consulenti anche prestigiosi, come il riservatissimo banchiere romano Giampietro Nattino o l'ex manager Iri Maurizio Prato, la prefettura ha un ruolo sempre più notarile e in futuro potrebbe anche scomparire.
In netta ascesa, invece, il ruolo del cardinal Nicora, che oltre a guidare l'Apsa è l'uomo forte della commissione cardinalizia incaricata di vigilare sullo Ior. Nei giorni scorsi, Nicora è stato raggiunto all'Apsa con funzioni di segretario generale da un suo ex compagno di seminario: il ligure Domenico Calcagno, vescovo di Savona e storico economo della Cei. Così con Bertone, Calcagno e il genovese Bagnasco (presidente della Cei), si può dire che il papa tedesco abbia affidato ruoli strategici a un trio di prelati liguri. Mentre sembra passato un secolo dai tempi in cui don Stanislao, segretario personale di papa Wojtyla, e il cardinal Crescenzio Sepe, ex prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione, venivano considerati i corsari della finanza vaticana.
Francesco Bonazzi
Fonte: L'Espresso - espresso.repubblica.it
C'è una questione di metodo che è di sostanza. Non possiamo girarci attorno e non possiamo eluderla. La questione chiama direttamente in causa i rapporti nella maggioranza e dentro il governo. I fatti parlano chiaro. Sullo scalone, è stato chiuso un accordo negativo. La posizione con la quale il governo ha svolto la fase finale convulsa di quella trattativa non è stata concordata dentro la maggioranza. Susseguentemente, il ministro Damiano ha concluso un accordo con le parti sociali sul mercato del lavoro, i cambiamenti da effettuare sulla legge 30, incentivi e così via. Anche in questo caso, il ministro si è mosso senza aver concordato, né in sede collegiale di governo, né in sede politica, le misure da sottoporre al tavolo del negoziato.
Basterebbe questa considerazione, per semplice e banale che sia, per affermare che le posizioni che il governo ha assunto non ci impegnano. Il fatto, poi, che il Presidente Prodi abbia voluto celebrare quegli accordi vantandone la continuità con la concertazione del 23 luglio del 1992, è un aggravante, un motivo in più, anche per ragioni più generali, per affermare che non sono stipulati in nostro nome. Quindi, lavoreremo nel Paese e nel Parlamento per cambiarle.
Le parole possono essere pietre. Non si tratta di fare gli spacconi o di fare minacce al vento. Le parole vanno misurate e io le misuro attentamente per quelle che sono. Il ministro Damiano sostiene che l'accordo sul mercato del lavoro non è modificabile? La nostra risposta è molto semplice e non abbiamo bisogno di urlarla. O è modificabile e si modifica oppure non avrà il nostro voto. Semplice, chiaro e diretto. C'è, infatti, una questione più di fondo. La si può chiamare il problema della collegialità o come si vuole. Il punto è chi e come decide dentro la maggioranza e dentro il governo.
Noi abbiamo contestato l'idea e la pratica di una tolda di comando riformista cui poi gli altri, recalcitranti o meno, seguono. O c'è una condivisione, anche un compromesso dopo una discussione comune, oppure salta la possibilità di una intesa. Chi persegue la rottura e lavora per consumarla è chi vuole imporre una linea che non è condivisa e non è conseguente a quello che dice il programma che tutti assieme abbiamo sottoscritto. Bisogna dire la verità ovvero che l'offensiva del Partito Democratico dentro il governo sta portando alla dissoluzione dell'Unione e alla crisi. Non possono esistere due pesi e due misure. I centristi dell'Unione possono tranquillamente fregarsene di quello che hanno sottoscritto nero su bianco e affermare che una legge sulle unioni civili non passerà mai. Sembra che ciò non determini alcuno scandalo. Ne dovremmo semplicemente prendere atto e, infatti, nessuno si permette di compiere alcun affondo. Si, c'è un iter legislativo, ma, nella pratica, è su un binario mezzo morto. Lo stesso, più o meno, succede per il disegno di legge che deve sostituire la Bossi Fini e altro ancora che, in misura più o meno precisa, è comunque lungo le linee tracciate nel patto che l'Unione ha stabilito con il suo popolo.
Non è, naturalmente, in questione lo sforzo fatto per portare a casa comunque dei risultati. Il caso delle pensioni è emblematico. Non dobbiamo sottacerli perché sono il frutto di un braccio di ferro tutto giocato sulla politica da parte di Rifondazione Comunista e degli scioperi operai direttamente convocati dalle fabbriche e con il supporto decisivo della Fiom, in assenza di un conflitto da parte del sindacato confederale che non ha effettuato alcuna pressione di mobilitazione. Se vi è stato qualche risultato è stato grazie alla convergenza di quei due fattori.
Ma questo non cambia il dato politico di fondo e non muta il segno regressivo socialmente delle decisioni assunte e degli accordi stipulati. Anzi, assistiamo pure al gioco delle tre carte del ministro che rimette in discussione anche quello che di buono vi era nell'accordo. Il punto è cosa fare, adesso.
Siamo in un passaggio decisivo e drammatico. La sinistra rischia di essere spazzata via, non nella prospettiva futura della capacità di rifondarsi, ma qui e ora se non è in grado di aprire un conflitto vero, deciso e fino in fondo su questi temi brucianti dell'attualità. Parliamoci chiaro. Questo ci riguarda direttamente perché è messa in gioco la nostra autonomia. Non è una partita a scacchi, né il gioco a chi rimane alla fine il cerino in mano.
Qui sta il senso dell'offensiva sociale dell'autunno, della manifestazione nazionale unitaria e della consultazione popolare che intendiamo promuovere come un vero evento partecipativo. Noi non ci faremo chiudere nell'angolo in cui la scelta che ci rimane è la corda con cui impiccarci: o la subalternità di chi recalcitra e poi beve o la chiusura settaria in una protesta senza sbocco, ugualmente incapace di incidere e produrre risultati. Sarà una offensiva unitaria e di popolo. Deve avere contenuti precisi anche di modifica degli accordi che una parte del governo ha fatto, arrogandosi il diritto a parlare in nome di tutti. Deve avere un obiettivo politico: una nuova stagione politica riformatrice fino a rivedere i rapporti dentro la maggioranza e il governo. Una offensiva senza ipocrisie e senza reti di protezioni. Nulla può essere escluso e l'esito non lo si scrive in precedenza. E' così in tutti i conflitti veri.
( rifondazione.it - Walter De Cesaris )
Il governo in pochi giorni ha alzato l'eta pensionabile, incentivato gli straordinari, assicurato la legittimità del precariato, concesso altri sgravi.
fiscali alle imprese e accolto in pieno le tesi di Montezemolo che aveva definito fannulloni i lavoratori e sottolineato i costi sociali dell'invecchiamento.
Stando alle notizie ufficiali, ieri sono morte sul lavoro cinque persone. Sopra la media. Nel 2006 - ci informa l'Inail - i morti sul lavoro sono stati 1.302. Il che vuol dire 3,56 morti ogni giorno se si divide per i 365 giorni dell'anno, ma vuol dire quasi 5 morti al giorno se si levano ferie, domeniche e giorni festivi. Nel corso del 2006 - dice sempre l'Inail - il numero dei morti sul lavoro è in crescita del 2,2%. Questi dati sono stati consegnati proprio ieri al ministro del Lavoro Damiano dal direttore generale dell'Inail Pietro Giorgini. Cosa avrà pensato Damiano leggendo queste cifre che confermano il trend italiano che pone largamente il cosiddetto "omicidio bianco" al primo posto tra tutti i vari tipi di omicidio (seguito dagli omicidi in famiglia)? Come è possibile, se la morte sul lavoro è di gran lunga la prima causa di morte violenta, che si continui a concentrare l'attenzione, e i soldi, e le leggi, e l'impegno dei mass media, sull'incombente pericolo terrorista (ancora ieri il titolo più forte sui giornali on-line riguardava una certa relazione al Parlamento del capo della polizia che diceva: attenti ad Al Qaeda)? Qui da noi Al Qaeda ne ammazza pochi, chi ne ammazza molti sono gli imprenditori senza scrupoli.
E poi, cosa avrà pensato Damiano, leggendo di quei 1.302 morti, alla fine di una settimana nella quale si è preoccupato, nell'ordine, delle seguenti cose: 1) come fronteggiare l'aumento della vita media che comporta l'innalzamento dei costi per le pensioni; 2) come impedire che gente che ha lavorato 35 o 36 o 37 o anche quarant'anni (cioè quelli che Montezemolo ha definito i fannulloni) possa andarsene in pensione troppo presto; 3) come permettere alle imprese di continuare a utilizzare il lavoro precario (legalizzato dalla legge Treu e poi dalla legge 30) che certamente aumenta lo sfruttamento dei lavoratori e riduce la loro libertà, ma diminuisce il costo del lavoro e dunque incrementa i profitti; 4) come permettere un aumento degli straordinari, che riducono il costo del lavoro e l'occupazione e contengono gli stipendi di base; 5) come elargire alle imprese nuovi sgravi fiscali dopo il cuneo.
Andiamo al concreto. La cronaca di ieri: Kweku Abakan Reebodj, anni 49, originario del Ghana, morto alle 8,30 del mattino a Cavriago (Reggio Emilia) schiacciato da due travi che stava spostando. Giovanni Di Lorenzo, 32 anni, morto schiacciato da un escavatore in un cantiere di Baiano (Avellino). Sergio Pillitu, 51 anni, morto in fabbrica a Caprie (Torino) schiacciato da una pressa. Non si conoscono, invece, i nomi dell'autista di camion, di 44 anni, morto schiacciato dal suo camionin in serata a Candelara (Pesaro) e del cinquantenne morto nel pomeriggio in un cantiere a Liscate (Milano), in seguito a una caduta.
Siamo a fine luglio, fa caldo, i più fortunati sono già in vacanza, ma nei cantieri e nelle fabbriche italiane si continua a morire. Con i cinque incidenti mortali di ieri il bilancio non ufficiale delle vittime dall'inizio dell'anno è arrivato a quota 597, l'equivalente di tre omicidi bianchi al giorno. Lutti e lacrime che rimbombano metaforicamente nell'Aula di Montecitorio, dove è iniziata la corsa contro il tempo per l'approvazione definitiva, prima della pausa estiva, del Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
«Gli infortuni non sono fulmini dal cielo, non capitano mai per disgrazia», spiega Raffaele Ioime, funzionario Fiom competente per la zona Valdensa, un insieme di comuni situati a una decina di chilometri da Reggio Emilia. In uno di questi comuni, Cavriago, ha sede la Dabegal, azienda che produce prefabbricati in acciaio, con circa 40 addetti. E' qui che ieri mattina si è spezzata la vita di Kweku Abakah Peebody, un operaio di 49 anni originario del Ghana.
Durante le operazioni di spostamento - mediante un muletto - di alcune pesanti travi d'acciaio, una di esse è scivolata via dal carico colpendo il migrante alla testa e uccidendolo sul colpo. E' stato uno dei colleghi a dare l'allarme, dopo aver assistito all'incidente. La vittima abitava con la moglie, in questi giorni ricoverata in ospedale dopo una caduta in casa. Kweku lascia anche due figli, che vivono in Ghana. «Era un lavoratore assiduo - riferisce Ioime - scrupoloso, ben voluto da tutti. Dopo la tragedia mi sono recato in fabbrica e ho visto i suoi colleghi con le faccie stravolte e le lacrime agli occhi, qualcuno era anche molto arrabbiato». Iscritto dal 1999 alla Fiom, da sei anni Kweku lavorava con la ditta di Cavriago. Aveva, quindi, una certa esperienza. «Purtroppo, però, si muore una volta sola», commenta amaro il sindacalista.
Immediata la reazione delle segreterie provinciali di Fim Fiom Uilm, che hanno diffuso un comunicato unitario per denunciare «l'intollerabile degrado delle condizioni di sicurezza del lavoro, a partire dalle realtà produttive medie e piccole che caratterizzano il nostro tessuto produttivo». I sindacati annunciano anche «una mobilitazione straordinaria» alla ripresa dell'attività. Spetta ora alla magistratura accertare la dinamica dell'incidente ed eventuali responsabilità. «Se c'è un muletto che sta alzando una trave di ferro molto pesante - spiega Ioime - è necessario che questa operazione venga eseguita con la necessaria prudenza, rispettando le norme di sicurezza. Ad esempio, va sgomberata l'area dove avviene la movimentazione».
Qualcosa deve essere andato storto anche nella ditta di Caprie, in provincia di Torino, dove ieri un operaio di 51 anni è rimasto intrappolato in una pressa che non gli ha lasciato scampo. Secondo le prime informazioni, l'uomo era impegnato in alcune operazioni di manutenzione del macchinario quando è avvenuto l'incidente. Tragedia sul lavoro anche in un cantiere per la costruzione di una strada nel comune di Baiano (Avellino): un operaio di 32 anni, Giovanni Di Lorenzo, è rimasto schiacciato da un escavatore che si è ribaltato, probabilmente a causa della pendenza dello scavo. Una caduta sarebbe invece la causa della morte di un lavoratore italiano cinquantenne, di cui non sono note le generalità, in un cantiere di Liscate (Milano). La quinta vittima è Claudio Lupis, 44 anni, residente a Pesaro. L'uomo, autista di un mezzo per la lavorazione del calcestruzzo, si trovava all'esterno di una casa in ristrutturazione a Candelara (Pesaro Urbino) quando il mezzo si è accidentalmente sfrenato e gli è piombato addosso, schiacciandolo. L'uomo è morto sul colpo.
Insomma, la strage continua, malgrado i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del presidente della Camera Fausto Bertinotti. La speranza è che la rapida approvazione del Testo Unico sulla sicurezza riesca ad avere un impatto immediato sul fenomeno, anche se è evidente che le leggi da sole non bastano. Come ha ricordato ieri il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, «si tratta non solo di fare della repressione, ma anche prevenzione e di chiedere la massima collaborazione delle imprese e dei lavoratori».
Collaborazione che non si riesce a ottenere dall'Ilva di Taranto, come dimostra l'ultimo allarme delle Rsu sui rischi per la salute degli autisti. I quali lavorano «su mezzi privi di climatizzazione dell'aria in cabina» ma «sono costretti a viaggiare con i finestrini chiusi» per evitare «di avere l'abitacolo del mezzo costantemente invaso da fumi e polveri di ogni tipo, con la conseguenza di ritrovarsi in cabina guida a convivere con temperature altissime, a rischio di collasso». Per tutta risposta, i dirigenti dello stabilimento siderurgico hanno avuto la faccia tosta di proporre al tavolo ufficiale una soluzione "a costo zero": «Un fazzoletto bagnato in testa agli operatori».
( Liberazione, Roberto Farneti )
35mila persone chiuse fuori dalla Striscia di Gaza, ricevono pochi aiuti e sono dimenticati dalla politica.
Chiusi fuori. Il 19 luglio le forze di sicurezza di Hamas hanno imposto il coprifuoco sulla città di Rafah dopo aver saputo che alcuni miliziani di Jihad pianificavano di far saltare uno dei muri del confine, per permettere alle migliaia di palestinesi che attendono, di entrare nella Striscia di Gaza. Anche Hamas spinge per farli rientrare, ma allo stesso tempo ha la responsabilità di mantenere la sicurezza nella Striscia. Lo stesso giorno 2mila palestinesi hanno manifestato dalla parte palestinese del valico per chiedere all'Egitto di lasciare passare quelle persone. “Aprite il valico!”, “Rafah è il nostrro unico accesso” era scritto sui cartelloni dei manifestanti. Ma le autorità egiziane ribadiscono che il valico non può essere aperto per la mancanza dei controllori dell'Unione Europea, che hanno lasciato la postazione di Rafah all'inizio degli scontri tra Fatah e Hamas. Israele ha proposto ai palestinesi di aprire un'altra frontiera, che però non confina direttamente con l'Egitto e sarebbe dunque controllata da Tel Aviv. Hamas ha rifiutato la proposta temendo che le autorità israeliane ne avrebbero approfittato per compiere arresti. La Mezzaluna Rossa stima che siano cinquemila i palestinesi che, dal 9 giugno, sono in attesa di entrare nella Striscia di Gaza e sono bloccati fuori, nel deserto del Sinai, con scarsità di cibo, acqua e rifugi. Secondo il Jerusalem Post, oltre ai cinquemila che attendono al valico, ci sono anche altre trentamila persone che hanno trovato una sistemazione provvisoria nelle città egiziane vicine al confine. I pochi aiuti giunti alle persone in attesa sono stati forniti dall'Egitto, mentre le tonnellate di cibo offerte dal World Food Program sono rimaste bloccate al confine.
Assistenza. Martedì scorso le autorità egiziane hanno istituito dei rifugi per i palestinesi costretti a dormire in strada nei pressi del valico. Sette strutture di accoglienza sono state approntate in alcune scuole e basi militari, ma le autorità egiziane, che hanno anche promesso pasti gratis ai palestinesi accolti, fanno sapere di non avere ancora raccolto i fondi necessari. Anche gli ospedali della zona sono stati invitati a curare senza spese i palestinesi bisognosi di assistenza. La maggior parte delle persone bloccate fuori dalla Striscia di Gaza erano infatti uscite per ricevere cure mediche, ma assieme a loro ci sono anche diversi altri che si trovavano all'estero per studio, lavoro o semplicemente vacanze. Secondo il ministero della Salute palestinese più di 25 persone sono morte da allora, tra cui una malata di cancro che era andata a farsi curare in Egitto. La donna è morta dopo 40 giorni di inutile attesa. I corpi delle persone decedute sono stati trasportati all'interno dalla Striscia per essere sepolti, ma anche per le bare il passaggio è stato concesso solo attraversi i valichi controllati da Israele. Non tutti i palestinesi sono però ansiosi di tornare a Gaza. Il 25 luglio le agenzie stampa arabe hanno diffuso la notizia secondo cui 125 dirigenti di Fatah, fuggiti dalla Striscia di Gaza durante gli scontri con Hamas, sono spariti. Il governo di Emergenza di Ramallah li aveva rimandati in Egitto per farli poi ritornare a Gaza ma, a quanto pare, hanno fatto perdere le loro tracce pur di non tornare nella città dove rischiano la vita. Giovedì un parlamentare di Fatah è stato assalito e ferito da uomini mascherati. É successo a Rafah dove si gioca il braccio di ferro per il controllo della Striscia di Gaza. A pagare il prezzo più alto, come sempre, sono i civili. |
| Logo della Campagna "Italia libera da armi nucleari" |
E’ formalmente attiva da oggi la Campagna per la raccolta di firme a favore del disegno di legge popolare per “Italia libera da armi nucleari”. Sono state infatti depositate stamane alla Corte di Cassazione le firme dei rappresentati dei promotori dell’iniziativa a cui hanno già aderito più di 50 associazioni italiane per la raccolta delle 50mila firme necessarie.
“La raccolta firme inizierà di fatto durante la Settimana della Pace (1-7 ottobre) e proseguirà per 6 mesi” – spiega a Unimondo Liza Clark coordinatrice del Comitato promotore. “Stiamo prendendo contatti per iniziarla a Ghedi (BS) e Aviano, i comuni i cui sindaci hanno già manifestato disponibilità ad aderire e che sono principalmente interessati in quanto diverse fonti confermano che nella base USAF di Aviano e nell’aeroporto militare di Ghedi sono presenti 90 testate nucleari”.
Nonostante l’Italia abbia ratificato già nel 1975 il “Trattato di Non Proliferazione nucleare” (TNP), impegnandosi come Stato a non produrre né acquisire in alcun modo armi atomiche, da diversi anni i movimenti pacifisti denunciano la presenza degli ordigni nucleari americani sul territorio italiano tanto da citare in giudizio il governo degli Stati Uniti con la richiesta che vengano rimosse. Lo scorso gennaio anche un giornale di area non certo “pacifista” come Libero, aveva dedicato un'intera pagina ad un'inchiesta nella quale vengono fornite importanti prove a sostegno della tesi della presenza di armi atomiche nella Base Usaf di Aviano. L'autore dell’inchiesta è riuscito ad entrare in possesso di foto scattate da alcuni soldati statunitensi nel corso di un'esercitazione sulla sicurezza nucleare, svoltasi ad Aviano nel 2002, nonché di documenti contenenti i regolamenti interni sulle operazioni con materiale nucleare.
"Finora, i vari governi che si sono succeduti hanno sempre rifiutato di confermare la presenza di ordigni nucleari sul nostro territorio" – commentava Tiziano Tissino del Comitato ‘Via le Bombe’ da anni impegnato nella sensibilizzazione della cittadinanza. "È tempo invece che i cittadini siano adeguatamente informati e che l'Italia si adoperi affinché tutte le armi nucleari presenti nel nostro paese siano smantellate al più presto, come primo passo verso la completa abolizione delle armi atomiche".
“Una richiesta che viene assunta proprio dal Disegno di Legge popolare che abbiamo voluto essenziale e chiaro – spiega don Albino Bizzotto di “Beati i costruttori di pace”, una delle associazioni che da tempo si è fatta promotrice dell’iniziativa.
“Il testo della legge si compone, infatti di due semplici articoli – spiega don Bizzotto. “Il primo afferma che ‘il territorio della Repubblica Italiana, ivi compresi lo spazio aereo, il sottosuolo e le acque territoriali, è ufficialmente dichiarato “zona libera da armi nucleari” e pone il divieto al ‘transito e al deposito, anche temporaneo, di armi nucleari e di parti di armi nucleari sul territorio della Repubblica”, impegnando il Governo ad adottare “tutte le misure necessarie, sia a livello nazionale che internazionale, per assicurarne la piena applicazione”. Il secondo, è puramente tecnico e come per ogni normativa dichiara che “la presente legge entra in vigore il giorno della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Della Repubblica”.
Il Trattato di Non Proliferazione Nuclerare (TNP), entrato in vigore nel 1970, è il trattato internazionale per il disarmo con il maggior numero di Stati parte, in pratica tutti i membri delle Nazioni Unite tranne India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Si fonda su un accordo duplice ed inscindibile: le cinque potenze nucleari (USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) si impegnano a lavorare in buona fede per il disarmo nucleare totale (art. 6), mentre tutti gli altri Stati si impegnano a non dotarsene mai (art. 2).
“Invece i negoziati sono attualmente ad un punto morto, anzi si notano preoccupanti tendenze al riarmo da parte delle grandi potenze” – spiega Francesco Vignarca della Rete Italiana Disarmo. “In un discorso di novembre 2006, il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan alla fine del suo mandato, dichiarò preoccupato che il motivo di tale stallo sta nel fatto che ‘alcuni insistono che prima deve venire la non-proliferazione, altri che prima deve venire il disarmo. In questo modo ciascuno pretende che prima siano gli altri ad agire’.”
“In Italia vogliamo agire per primi” – conclude Liza Clark. “Vogliamo eliminare le testate atomiche dal nostro territorio, un segnale di rispetto degli accordi che potrà incoraggiare altri Stati europei a seguirci, che potrà ridare impulso ai negoziati internazionali. In Belgio, che come l’Italia ospita armi nucleari, già da molto tempo i due rami del Parlamento chiedono al governo di eliminare le bombe statunitensi dal loro territorio. La Grecia ha già fatto rimuovere la ventina di testate atomiche (nel 2000) che ospitava”.
L’occasione del disegno di legge italiano è significativa: compie infatti quest’anno 40 anni la Zona Libera da Armi Nucleari (NWFZ). Ad oggi le NWFZ includono più della metà del pianeta: tutti gli Stati delle Americhe tranne USA e Canada, il Sud Pacifico, l’Africa, il Sudest asiatico. La più recente NWFZ è quella dell’Asia centrale. Anche lo spazio, i fondali marini e l’Antartide sono zone libere da armi nucleari in base a specifici trattati internazionali. E poi ci sono due Stati singoli: l’Austria e la Mongolia. “Noi vogliamo unirci a loro” – dichiarano i promotori del disegno di legge ricordando che “nonostante nel mondo stiano aumentando ricerca e produzione di nuovi tipi di bombe atomiche e diversi Paesi vogliono entrarne in possesso per acquistare peso sulla scena mondiale, la messa al bando di tutte le armi nucleari è un’aspirazione condivisa da tutta l’umanità”.
( unimondo.org )
Il medico di Welby prosciolto, un passo avanti. Ma resta tanto da fare.
Il commento di Maurizio Mori alla decisione del Gup di chiudere definitivamente il procedimento nei confronti di Riccio, accusato, se non sbaglio, di omicidio del consenziente, è stato intitolato dall' Unità "Lode a un giudice che non ha avuto paura". Non ho capito subito quanto questo titolo mi dispiacesse, non so se accade anche a voi di arrivare alle conclusioni con ritardo, quando si tratta di cose sgradevoli, ho bisogno di rimuginarci un po'. Dunque, abbiamo bisogno di uomini coraggiosi, magari di eroi, persone delle quali un paese civile non deve, almeno in linea di principio, sentire la mancanza.
Siamo dunque un paese a civiltà limitata, un paese che vive sotto la dittatura dell'embrione, della sacralità della vita, delle verità rivelate, e che non riesce a far valere i fondamentali diritti dei suoi cittadini, quello all'autodeterminazione, ad esempio, o quello alla libertà di coscienza, o persino quello di poter godere dei privilegi considerati come assolutamente elementari in un qualsiasi stato laico. E tutto ciò per una ragione francamente assurda: le ipotesi, le speranze, i convincimenti di alcuni, pur essendo le mille miglia lontane da qualsiasi possibilità di essere dimostrati veri (non credo francamente che la fede sia una testimonianza attendibile in un qualsiasi tribunale civile minimamente "coraggioso") sono stati trasformati in leggi dello stato e costringono persone convinte di essere portatrici di differenti verità - o di nessuna verità - a ubbidire e a comportarsi in modi che queste stesse persone considerano indecorosi e sbagliati. Così si impone a cittadini che non credono nell'esistenza di dio di considerare la vita come un dono, uno strano dono invero visto che non possiamo disporne e dobbiamo risponderne a qualcuno.
Nello stesso modo viene imposto a persone che non credono in dio il principio secondo il quale la vita è sacra e inviolabile e deve essere accettata comunque, qualsiasi cosa ci faccia, qualsiasi sofferenza comporti, e che comunque il dolore è salvifico, e ci sono remunerazioni che ci aspettano, purchè…
Quali siano le conclusioni di questa anomalia - un convincimento personale che diviene norma di comportamento per tutti (e insisto nel dichiarami del tutto disinteressato al valore rivelatore della fede, pur essendo consapevole della sua utilità sociale) - è sotto gli occhi di tutti: non possiamo disporre della nostra esistenza; è praticamente inutile che predisponiamo un testamento biologico perché un qualsiasi medico potrebbe decidere di ignorarlo con la scusa dell'"obiezione di conoscenza" (cioè la convinzione che non conoscevamo abbastanza bene le conseguenze delle nostre scelte, secondo l'opinione del Comitato di Bioetica); che se accettiamo, in un momento di smarrimento, un qualsiasi tipo di supporto vitale, dopo non ce ne libereremo più, e così via. Pensate al ridicolo e squallido scempio che si riesce a fare dei corpi dei trapassati, gusci vuoti di persone che non li abitano più, ma che non hanno capito che il trasloco deve essere definitivo, guai a lasciare un cuore che batte ancora, qualche cretino che te lo infila in un macchinario complicato si trova sempre, così, tanto per nascondere per un po' il malato alla morte, far finta che la malattia non sappia più vincere.
Non v'è dubbio che credere in dio, in un qualsiasi dio, e persino aspirare a credere in dio, crea stranieri morali ed è origine di conflitti che possono rivelarsi disastrosi. Questi conflitti possono essere esacerbati da politiche religiose avventurose o da analisi sbagliate delle aspirazioni e dei comportamenti. E' avventuroso scegliere la strada dell'etica della verità, abbandonare la compassione in favore della pietà, ignorare le ragioni degli altri e cercare di umiliarli (ecco le chiese che diventano sette), come sta facendo da un paio di papi la chiesa cattolica. E' sbagliato
immaginare che i milioni di musulmani che vivono in Europa accetteranno per sempre di vivere la loro fede nell'intimità delle famiglie e non cercheranno piuttosto di viverla pubblicamente. Tutto ciò genera conflitti e sappiamo bene quale può essere il risultato dei contrasti che possono sorgere tra le religioni. E' per questo che abbiamo molto più bisogno di uomini saggi che di uomini coraggiosi. La convivenza degli stranieri morali è possibile solo se tutte le posizioni sono ugualmente rispettate e se lo stato si limita a questo rispetto e non interviene nei conflitti se non come mediatore. L'etica della verità dell'attuale pontefice entra in conflitto con le verità degli altri, anche perché ha bisogno che i suoi dogmi siano confermati dalle leggi (ecco la ragione per cui i cattolici si sono tanto battuti per la legge sulla procreazione assistita, a costo di doverne accettare le incongruenze) così come ha bisogno che lo stato non approvi norme che li contraddicano (ed ecco perché non verrà mai approvata una legge accettabile sulle famiglie di fatto). Sembra che nessuno ricordi più che Abbagnano affermava che uno Stato che legifera tenendo presenti gli interessi di una specifica ideologia a danno delle altre si macchia di immoralità.
Rispetto è una parola molto più complicata di quanto possa sembrare a prima vista: esige anzitutto laicità da parte di tutti, il che significa che, quali che siano le nostre convinzioni, dobbiamo accettare il fatto che esse non ci danno il diritto a considerarci gli unici a conoscere la verità, una forma di presunzione stupida, prima ancora che intollerabile. D'altra parte, di cose illuminate dalla verità ne esistono ben poche, e il nostro rapporto quotidiano è con realtà che vivacchiano nella penombra dell'incertezza o del momentaneo consenso. Stupisce tutti la violenza che è presente, senza alcun infingimento, nel pensiero dei fondamentalismi religiosi, che considera gli altri, i diversi, come infedeli che vivono nell'errore e che rappresentano una minaccia per il trionfo della verità. Questi sentimenti, e persino la decisione di considerare questi infedeli come fratelli che sbagliano e far scendere su di loro il peso intollerabile della pietà - il sentimento che scende dall'alto e prelude al perdono, non la disinteressata condivisione della sofferenza che chiamiamo compassione - sono la dimostrazione dell'assenza totale di rispetto.
Del resto, tutto ciò rappresenta la base del proselitismo, una violenza morale che non tiene in alcun conto la cultura, le opinioni e le scelte degli altri e che diventa addirittura violenza quando si verifica attraverso rapporti impropri e sbilanciati per ragioni economiche o psicologiche.
Dunque, non è civile una convivenza come quella attuale, che vede alcuni di noi costretti a vivere secondo ideologie che fondamentalmente disprezziamo. Mi sembra quindi necessario non frammentare la discussione, evitare di combattere battaglie parziali e di retroguardia che riguardano oggi la vita, domani la morte e dopo ancora chissà: il problema è complessivo e riguarda la laicità dello stato, i rapporti con le religioni, il confronto tra le differenti culture, e deve essere trattato come un unico soggetto. Penso che abbia ragione Mori: c'è bisogno, oggi, di uomini coraggiosi se vogliamo, domani, poter fare a meno di loro.
( Liberazione, Carlo Flamigni )