Giovani Comunist@ Alberobello
Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx
Un silenzio che pesa come un macigno sulle numerose vittime nella Striscia di Gaza che, a causa di questi illegali e criminali interventi militari, crescono giorno dopo giorno.
Nonostante le cose si sappiano, nessuno dice nulla, anzi, il messaggio che sta passando è che i palestinesi, visti come gruppi armati tipo Hamas, sono pericolosi non solo per la pace in Medio Oriente, ma per il mondo intero (criminalizzare il criminalizzato, è un ottimo lavaggio della coscienza collettiva e fa miracoli: rende le bombe intelligenti e umanitarie!)
Propaganda questa, portata avanti dai grandi giornali, dalle grandi penne e mezzobusti del teatrino mediatico, che continuano con l’ossessione dell’islam radicale: vedono l’estremismo ovunque, anche dove non c’è, e se non c’è magari è possibile crearlo.
Lo scrittore francese Thierry Meyssan si è occupato di un recente documentario-propaganda che rientra proprio in questa strategia: “Obsession: Radical Islam's War Against the West”, “Ossessione:
Meyssan analizza le tecniche messe in opera per promuovere lo “scontro delle civiltà”.
Per far sì che l’opinione pubblica (noi occidentali dormienti) approvi il trattamento riservato ai palestinesi (bombardamenti indiscriminati, razionamento illegale di acqua ed energia elettrica, chiusura all’interno del “muro della vergogna” alto
- disumanizzazione del nemico, quindi del palestinese cioè dell’arabo, cioè del musulmano;
- riduzione della causa politica ad un semplice e becero oscurantismo religioso di una minoranza.
Da circa un anno infatti una misteriosa casa di produzione, finanziata guarda caso dal regime di Sion, sta facendo proprio questo: diffusione universale di un documentario dedicato all’islam radicale. Finora, questa pellicola ha dato luogo a molte proiezioni private (anche al Congresso degli Stati Uniti) ma è stato visto da una decina di milioni di persone grazie alla catena néoconservatrice Fox News di Rupert Murdoch (magnate australiano dei media, nonché massone israelita, creatura degli Oppenheimer e membro del gruppo Bilderberg).
Del video, sono state preparate (visto che i soldi non mancano), versioni sottotitolate in numerose lingue. Uno special di 78 minuti in cui si “dimostra” come il mondo musulmano di oggi è più malato di quello della Germania nazista (termine di paragone usato molto spesso nei confronti del regime iraniano). Per fare questo ricorre all’emozione, alla dissimulazione, alla ripetizione (tecnica usata dal Ministro della Propaganda: Paul Joseph Goebbels), il tutto per suscitare una forte angoscia nello spettatore, anche quello più informato.
D'altronde basta osservare con attenzione la locandina per comprendere come si sono mirabilmente associate le immagini della tragedia dell'11 settembre 2001 con la mezzaluna islamica e il fucile mitragliatore kalashnikov...
Sempre dalla locandina si evince che si tratta di un film della HonestReporting.com, un sito "volto a garantire a Israele una presentazione giusta sui mezzi di informazione".(4) Spero sia chiaro a tutti qual è il vero scopo di simili siti...
Il messaggio chiave di questo documentario si può riassumere così nelle parole usate dallo stesso Thierry Meyssan: “il complotto jihadista mondiale è la punta di diamante dell’islam, che è una civilizzazione nazista”. Questo slogan concentra le principali argomentazioni a favore della “scontro di civiltà”, perché lo scopo è sempre quello: aizzare allo scontro e dividere per imperare, per meglio controllare. Il documentario tra le altre cose sottolinea l’alleanza tra il Grande Muftì di Gerusalemme (il rappresentate di tutti i musulmani) e il Reich nazista, ma decontestualizzandola completamente in modo che non abbia più come oggetto la liberazione della Palestina britannica, ma lo sterminio degli ebrei dell’Europa.
Non viene ricordato che fu proprio l’Impero Britannico a creare tutta questa zizzania, promettendo ai primi del secolo scorso, la Terra Promessa sia agli arabi (usati come carne da cannone per cacciare i turco-ottomani) che agli ebrei. Promessa mantenuta solo per il “focolare ebraico”!
La pellicola propone poi l’esistenza di un movimento segreto, visibile nelle azioni terroristiche che gli vengono attribuite (dimenticando le numerosissime ‘false flag’), che sarebbe la punta di diamante di una società di un miliardo di uomini!!! Nell’intero pianeta, un sesto degli abitanti sarebbero membri di un esercito jihadista pronto a farsi esplodere per Allah…
Mentre questo esercito si sta preparando ad assaltare la civiltà occidentale, con bombe e corano, il quartetto ‘democratico’ formato da Usa, Unione Europea, Onu e Russia, ha discusso e votato il guerrafondaio Tony Blair come inviato per le “missioni di pace” in Medio Oriente.
Certamente nel mondo dell’inganno globale (termine di orwelliana memoria), un uomo come Tony Blair (le cui mani sono intrise di sangue di innocenti), apporterà certamente un valido aiuto alla ‘causa della pace’ (per lor signori, il termine ‘pace’ significa guerra)
In conclusione, qualcuno forse sta cercando di sostituire il complotto ebraico con un nuovo complotto islamico-jihadista?
(1) Agenzia Stampa informazioni sulla Palestina: www.infopal.it/home.php
(2) Sito ufficiale di Thierry Meyssan: http://www.voltairenet.org/article149502.html
(3) "Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia"
(4) Sito ufficiale della HonestReporting.com: www.honestreporting.com
( Marcello Pamio- disinformazione.it )
Sarà anche una mossa abile, quella di Uòlter Veltroni di non citare mai, nelle quasi due ore del suo discorso al Lingotto di Torino, il nome di Silvio Berlusconi. Parlare e agire come se il Cavaliere non esistesse più potrebbe anche aiutare chi, nel centrodestra, lavora per scaricarlo. Ma c’è un piccolo problema: Berlusconi c’è ancora. Ha ancora tre televisioni di sua proprietà, anzi ne ha aggiunta una, la leggendaria Tv delle Libertà a cura della signorina Brambilla, che pubblica anche il neonato Giornale delle Libertà allegato a Il Giornale. Possiede la Mondadori, anche se una sentenza d’appello ha stabilito che la rubò a De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi Fininvest.
Ha tuttora la maggioranza nel Cda Rai, dove il diktat bulgaro e post-bulgaro continua a valere per Luttazzi e la Guzzanti. Ha in tasca 2 miliardi di euro che, come lui stesso ha confessato in una straziante intervista ad “A”, “non so come spendere”. Ha appena rilevato Endemol, che occupa gran parte dei palinsesti di Mediaset e della Rai (che d’ora in poi pagherà lui per mandare in onda i programmi della ditta).
Fininvest ha appena aumentato la sua partecipazione in Mediobanca. Rete4, in barba a due sentenze della Consulta, continua a trasmettere sull’analogico terrestre, occupando frequenze che dal 1999 non potrebbe più usare, avendo perduto la gara per le concessioni pubbliche vinta da Europa 7 da Francesco Di Stefano, il quale ora spera di avere quel che gli spetta dalla Corte di giustizia europea, dove il governo Prodi, come il governo Berlusconi, ha difeso la legge Gasparri, cioè Rete4.
Il risultato è che in tv, salvo rare oasi, si continua a parlare soltanto di quel che vuole Lui. Il quale intanto ha quasi risolto i suoi guai giudiziari: i pochi processi ancora in corso (corruzione di Mills e diritti Mediaset) cadranno in prescrizione grazie alla legge ex Cirielli e alla controriforma del falso in bilancio che l’Unione non ha ancora avuto il coraggio di smantellare. Uno dei suoi lobbisti di più stretta osservanza e di più antica data, Gianni Letta, è appena entrato in Goldman Sachs come superconsulente e viene incredibilmente elogiato da esponenti del Pd a cominciare da Veltroni (che lo vorrebbe addirittura in un suo eventuale futuro governo). Grazie alla tremebonda maggioranza unionista alla Camera, Berlusconi è riuscito finora a conservare il seggio parlamentare al suo braccio destro Cesare Previti, che pure da 14 mesi è pregiudicato e interdetto in perpetuo.
Il suo braccio sinistro Marcello Dell’Utri colleziona condanne su condanne (oltre a quella per mafia in primo grado e quella per false fatture definitiva, ne ha appena avuta una in appello per estorsione insieme a un boss mafioso), ma nessuno ne parla e anzi il noto bibliofilo che prese per buoni i falsi diari del Duce continua a essere considerato un valido e colto interlocutore a destra e a sinistra, intervistatissimo da giornali e tv su tutto lo scibile umano, fuorchè sulle sue pendenze giudiziarie e i suoi rapporti conclamati con la mafia.
In compenso, grazie anche al dilettantismo dell’Unione e alle pessime frequentazioni di alcuni suoi dirigenti, la propaganda berlusconiana è riuscita addirittura a rinfacciare la questione morale al centrosinistra, dipingendo la maggioranza come un covo di affaristi e Vincenzo Visco come una sorta di Al Capone redivivo che - chiedono a una sola voce il Giornale, Libero e la Cdl - “dovrebbe dimettersi”. Ecco: Berlusconi, Dell’Utri e Previti in Parlamento (per tacere degli altri 23 pregiudicati, quasi tutti forzisti), e Visco a casa. La vicenda della Guardia di Finanza è stata gestita come peggio non si poteva: bastava spiegare un anno fa perché alcuni ufficiali milanesi e il loro protettore Speciale andavano rimossi, e nessuno avrebbe potuto obiettare alcunchè, visto che Tremonti a suo tempo aveva fatto altrettanto e visto che la legge assegna al ministro delle Finanze l’ultima parola su ogni nomina alle Fiamme Gialle.
Ma di qui a chiedere le dimissioni del ministro per qualche telefonata di fuoco a un generale, ce ne corre (semmai c’è da domandarsi perché, quando al governo c’era lui, il centrosinistra non chiese mai le dimissioni del premier imputato, anzi tutti lo invitavano a restare e zittivano i girotondi che invocavano un po’ di pulizia). Forse, prima di dare Berlusconi per morto, bisognerebbe consultare un medico legale. A vederlo così, scoppia di salute.
( Marco Travaglio fonte: L'Unità )
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| veritagiustizia.it |
Un presidio organizzato dal 'Comitato verità e giustizia per Genova' si è tenuto ieri davanti al tribunale di Genova. Nell’occasione il Comitato ha diffuso una nota - che riportiamo qui integralmente, nella quale fa il punto sulle dichiarazioni, sulle "dimenticanze" e sui silenzi di diversi funzionari delle forze dell'ordine coinvolte nei fatti della scuola Diaz. Nel frattempo gli altri imputati hanno rinunciato a testimoniare al processo in corso, per evitare, come dichiarato dai loro difensori, le "torture" inflitte a Canterini e Fournier. "Per anni abbiamo denunciato gli abusi compiuti a Genova e le coperture garantite a chi le ha commesse, chiedendo a più riprese una tempestiva sospensione dei dirigenti imputati e la rimozione del capo della polizia. Non siamo stati ascoltati" - nota il Comitato.
Nei giorni scorsi il 'Comitato verità e giustizia per Genova' aveva commentato la nomina di Antonio Manganelli al vertice della Polizia di stato affermando che "non cambia nulla. Il potere politico ha scelto la strada della continuità, senza affrontare il caso G8 nella sua gravità".
"ALLA RICERCA DELLA VERITA' SULLA DIAZ"
Nelle ultime settimane, abbiamo visto sfilare in aula, in ordine di comparizione:
a) il vice-capo della Polizia di Stato, prefetto Antonio Manganelli, il primo di una serie di alti funzionari chiamati a testimoniare durante il processo per l´assalto alla scuola Diaz del luglio 2001. Manganelli ha ricordato le sue telefonate con Francesco Gratteri, già capo del Servizio centrale operativo, poi promosso questore di Bari ed oggi direttore della direzione anticrimine centrale. A luglio del 2001, Manganelli era in servizio in Puglia ma - essendo comunque coinvolto nella gestione della sicurezza dell´evento internazionale - restava in contatto con i super-poliziotti presenti a Genova;
b) un ex questore di Genova, Francesco Colucci, chiamato come testimone, ha dichiarato una serie imbarazzante di "non ricordo" e di correzioni rispetto a deposizioni precedenti. Colucci è stato poi iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza;
c) Lorenzo Murgolo, ora ai servizi segreti, si è avvalso della facoltà di non rispondere, opzione legittima in quanto ex indagato nell'inchiesta, ma di dubbia eticità trattandosi di funzionario dello stato, che dovrebbe fornire la massima collaborazione alla magistratura;
d) l'ex vice capo della polizia, Ansoino Andreassi, anche lui testimone, che spiega candidamente come il 21 luglio 2001 da Roma (cioè dal capo della polizia Gianni De Gennaro) arrivò l'ordine di arrestare quante più persone possibile: "Si fa sempre così in questi casi - ha detto Andreassi. È un modo per rifarsi dei danni ed alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? E allora si risponde con una montagna di arresti";
e) Vincenzo Canterini, nel frattempo promosso questore. L'ex comandante del reparto mobile sperimentale della polizia di Stato, quello che fece irruzione alla scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001, ha dichiarato che alla scuola Diaz c'era una "macedonia di polizia", di aver visto una ragazza in una pozza di sangue, ma che "non era di sua competenza", davanti al pubblico ministero che lo accusa di falso, calunnia e concorso in violenze. Anche lui, come i precedenti testimoni, indica nel prefetto La Barbera, nel frattempo deceduto, ed in Lorenzo Murgolo (non imputato) le maggiori responsabilità della perquisizione alla Diaz;
f) Michelangelo Fournier, imputato nel processo per i fatti della Diaz, ha messo a nudo la strategia dell'omertà e della menzogna seguita in questi anni dalla polizia di stato sui fatti di Genova. Fournier ha detto di avere mentito e taciuto in questi sei anni per "spirito di appartenenza", dando un'accezione del tutto errata di questo concetto, un'accezione incompatibile con la Costituzione repubblicana.
Il capo della polizia Gianni De Gennaro lascia l'incarico con un'accusa infamante - l'istigazione alla falsa testimonianza.
Le sole ultime deposizioni al processo Diaz hanno mostrato il degrado morale della polizia di stato, fra dirigenti che rifiutano di rispondere ai pm, un ex questore indagato per falsa testimonianza, mentre l'unico funzionario (Fournier) che offre uno squarcio di verità - la "macelleria messicana" - decide di parlare solo dopo sei anni.
Nel frattempo gli altri imputati hanno rinunciato a testimoniare al processo in corso, per evitare, come dichiarato dai loro difensori, le "torture" inflitte a Canterini e Fournier. Questo è il rispetto che questi personaggi, poliziotti ed alti funzionari della polizia di stato, imputati di gravissimi reati, hanno di un Tribunale della Repubblica.
Per anni abbiamo denunciato gli abusi compiuti a Genova e le coperture garantite a chi le ha commesse, chiedendo a più riprese una tempestiva sospensione dei dirigenti imputati e la rimozione del capo della polizia. Non siamo stati ascoltati.
( Comitato Verità e Giustizia per Genova )
Inneggiando al duce assaltano gli spettatori della Banda Bassotti.
Il concerto era finito da un'ora, la Banda Bassotti s'allontanava da Villa Ada a bordo di alcuni furgoni. Il primo "incontro" con la «marmaglia» c'è stato appena fuori i cancelli quando il vicolo incrocia la scalinata, che scende dalla Salaria verso la villa, costeggiando la caserma dei carabinieri del Battaglione Lazio. Che non si accorgono del manipolo, in tutto una ventina, con caschi, bastoni, bottiglie e coltelli. «Si muovevano con tranquillità», raccontano i Bassotti, popolarissimo gruppo di combat-rock schierato a sinistra da quasi vent'anni. La squadraccia tenta pure un inseguimento dei furgoni ma poi ripiega verso l'area del laghetto, dove ci sono centinaia di persone attirate dalla frescura e dai concerti di "Roma incontra il mondo", appuntamento storico dell'estate romana nel parco dell'ex dimora dei Savoia. Incrociando le testimonianze si deduce che gli squadristi sono diverse decine, arrivati in piccoli gruppi, e vogliono entrare nell'isolotto che ospita i concerti dove, però, il servizio d'ordine gli sbarra la strada grazie all'allarme lanciato dai Bassotti e alla reazione dei responsabili che hanno fatto rientrare chi non poteva mettersi in salvo. I fascisti inneggiano al duce mentre fanno scoppiare petardi e due bombe carta. La gente sull'isolotto smette di ballare. «Non si capiva nulla - racconta una ragazza - un gran botto, gente che correva in ogni direzione. C'era il panico, il panico totale... mi volevo gettare in acqua». Qualcuno trova un angolo per rifugiarsi, altri fanno muro, qualcuno riesce a inseguire gli aggressori. E' quello che sceglie di fare Marco, 40 anni, uno dei due feriti di ieri notte. Sono entrambi ricoverati al Pertini, lui con nove ferite di arma da taglio, ne avrà per venti giorni dopo un'operazione d'urgenza, l'altro con tre punti in testa. Anche le prime due gazzelle del nucleo radiomobile di Parioli se la devono vedere con le sprangate dei fascisti che gli sfasciano i parabrezza. La scena dura almeno 20-25 minuti. «Una vita» per chi è stato costretto a subirla.
«Abbiamo tenuto quanta più gente dietro i cancelli del festival - spiega a Liberazione , Olga Siciliani, una degli organizzatori della manifestazione - e questo ha evitato il peggio. Poi abbiamo sentito le sirene dei due blindati, con i poliziotti in assetto antisommossa» che, probabilmente, non hanno nemmeno visto gli squadristi. Così i «teppisti già identificati» di cui la questura si vanta coi cronisti non sono altro che spettatori aggrediti che si sono trovati di fronte la polizia all'uscita dal concerto.
Il raid di Villa Ada potrebbe preludere all'avvio di un'altra estate romana, visto che Roma è la capitale delle aggressioni fasciste, omofobe e razziste. Come non pensare che, dieci mesi fa, su una spiaggia del litorale, senza alcun motivo, veniva accoltellato un ventiseienne che tornava da una festa reggae, Renato Biagetti. Questi e quegli aggressori sono figli del medesimo brodo di coltura.
Gli organizzatori del festival sono particolarmente grati a Silvio Di Francia, l'assessore alla cultura, che è arrivato sul posto prima della polizia: «Ho trovato ragazzi spaventatissimi e feriti - racconta - una cosa del genere non era mai accaduta. La città non merita tutto questo. La nostra risposta è andare avanti con tutte le manifestazioni che sono in programma. Ad altri spetta il compito di stroncare questo tentativo di cui non si ha memoria».
Proprio oggi, i Bassotti, reduci da una data in Umbria, andranno a trovare i due feriti, a cui spediscono a mezzo stampa tutta la loro solidarietà. «Cercavano noi - dice "Scopa", chitarrista della Banda - sapevamo di venire in un quartiere a rischio. Non ci hanno trovati e se la sono presa con gli spettatori». Il quartiere ospita sedi sia di gruppi alleati della Cdl, sia di nuclei apparentemente sganciati dalla destra ufficiale. Spiega "Picchio", il cantante, che «in giro c'è un sacco de 'sta marmaglia... se la prendono con i più piccoli, con chi non se lo aspetta». Poi una frecciata a Veltroni che, con Gasbarra e Marrazzo, ha reagito con frasi di rito ala notizia dell'aggressione. «Il comune gli dà spazi - dice Picchio riferendosi all'assegnazione di uno spazio a una sigla della destra estrema in una zona della peirferia ovest - poi il sindaco va a trovare la gente in ospedale! Una cosa è certa non smetteremo di cantare Bella ciao e a lavorare per una società senza 'sta gente. I nostri valori soo sempre gli stessi e sono scritti nella Costituzione, però come sempre siamo da soli a ricordarlo». Conferma Francesco Caruso, deputato Prc proveniente dall'area no global: «Troppo spesso i centri sociali sono lasciati soli nel contrastare le infiltrazioni di certi gruppuscoli». Russo Spena, capogruppo al Senato di Rifondazione, chiede subito l'intervento di Serra, prefetto della Capitale, e del nuovo capo della polizia, Manganelli, per stroncare la minaccia che rischia invece di essere «sottovalutata», anche per Maurizio Fabbri, capogruppo Prc alla provincia. «Non c'è alcun ragionevole motivo per cui sigle dichiaratamente fasciste, xenofobe, antisemite abbiano il diritto di riunirsi per preparare simili aggressioni», commenta il vicepresidente della provincia, Nando Simeone (Prc).
( Liberazione, Checchino Antonini )
Veltroni ha accettato la candidatura alla segreteria del Pd. E questo, per il centrodestra, è un bel problema. Ovviamente, dal punto di vista della pubblipolitica… Oggi, perciò, voleremo basso. In primo luogo, in termini di leader. Infatti, allo stato attuale, se si toglie Berlusconi, che però ha settant’anni suonati, il centrodestra non ha un candidato-glamour da opporre al sindaco di Roma.
Fini, potrebbe andare, ma non incontra le simpatie dell’elettore di centro (quello che ciclicamente divide il suo voto tra destra e sinistra moderate). Casini, invece, è inviso all’elettorato di destra (sia di Forza Italia, sia di Allenza Nazionale). Alemanno, sempre di An, è molto preparato e dinamico, ma come Fini non è ben visto dall’elettorato di centro.
Su personaggi come Calderoli, per riferirisi alla Lega, è meglio stendere un velo pietoso. Crediamo, il partito leghista, sia destinato a dissolversi, soprattutto se venisse a mancare Bossi (al qual peraltro auguriamo lunga vita). Quanto a Forza Italia, intorno a Berlusconi, c’è praticamente il vuoto (imposto dallo stesso leader). Anche perché la Brambilla, non sembra assolutamente all’altezza della situazione (e, comunque, avrebbe contro l’elettorato femminile di Forza Italia, di sicuro quello al di sopra dei quarant’anni). Due personaggi, che invece avrebbero la caratura culturale per sostituire Berlusconi, potrebbero essere Ferrara e Adornato. Ma sono entrambi privi di carisma, e soprattutto di senso politico pratico (al di là di quello "giornalistico" mostrato nelle “guerre culturali”, che non basta nella politica di tutti giorni, fatta di decisioni, mediazioni, conflitti, e non di colte citazioni...).
Probabilmente - ma questa è un’altra storia - al Berlusconi, leader di Forza Italia, succederà uno dei figli (non subito, ma quando verrà il momento). I lettori si annotino, questa nostra “semiprofezia”. In secondo luogo, in termini di programmi. E soprattutto di comunicazione. Nella quale Veltroni è un autentico maestro. Non che Berlusconi sia da meno. Ma, ripetiamo, ha settant’anni e negli ultimi anni la comunicazione di Forza Italia, come dell’intero centrodestra, ha lasciato piuttosto a desiderare. Si pensi, ad esempio, all'inutilità di continuare a definire Veltroni un ex comunista che non ha mai lavorato… Va detto che sul piano delle idee An - ovviamente, parliamo sempre di pubblipolitica - mostra di sapersi muovere meglio.
Il cosiddetto Forum delle idee, voluto da Fini, e coordinato da Fabio Granata, ha elaborato proprio in questi giorni un interessante documento culturale (Il Modello Italiano - Cittadinanza Politica Modernità): dove sono intelligentemente mescolati insieme il meglio della romanità, del futurismo sociologico e del "Made in Italy". Un mix che sembra strizzare l’occhio a certe politiche dell’immaginario (ma per alcuni “solo” dell’immagine), promosse dal sindaco di Roma. Tuttavia, per An, il vero punto della questione, è quello di come riuscire a veicolare certe politiche “veltroniane”, all’interno della maggioranza di centro destra e tra un elettorato (soprattutto il suo) conservatore, tipo Dio-Patria-Famiglia, e spesso qualunquista. Un vecchio problema. Di conseguenza, l’unica possibilità per il centrodestra è quella di andare presto al voto: rinunciando però ad eventuali approfondimenti programmatici e comunicativi, per giocare tutto sulla crescente disaffezione degli italiani verso il governo Prodi. Con il rischio però di ritrovarsi, una volta al governo, prigioniero della stessa incapacità decisionale del 2001.
Frutto di una analoga confusione sul piano delle idee e su quello del raccordo, spesso solo annunciato o immaginato, con il proprio elettorato. Tuttavia, il pericolo più grande per il centrodestra, è quello del rafforzamento di Veltroni. Dal momento che tra un settantenne, che continui a ripetere per altri quattro anni gli stessi slogan del 1994, e un cinquantenne, come ne scrive la stampa amica, "timido, onesto e pulito", che rischia (per il centrodestra) di piacere sempre più agli italiani, la partita elettorale del 2011, potrebbe essere facilmente vinta da Veltroni. Con buona pace, sia detto tra parentesi, della sinistra radicale. Di qui, però, la necessità, per il governo Prodi, di durare il più a lungo possibile. Purtroppo.
( Carlo Gambescia , canisciolti.info )
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| Foto dal sito della cooperazione italiana |
Il decreto extragettito approvato ieri dal Consiglio dei Ministri stanzia 260 milioni di euro per il 'Fondo Globale per la lotta a Aids, Tubercolosi e Malaria': un impegno del programma pre-elettorale dell'Unione riconfermato pubblicamente in più occasioni dal presidente Prodi, ma finora inattuato. L’Italia, infatti, presente nel Board del Global Fund fin dalla sua istituzione, non aveva ancora versato le quote relative al 2006 e 2007, mentre la quota restante per il 2005 di 20 milioni di euro era stata resa disponibile attraverso le risorse della Cooperazioneallo sviluppo della Farnesina.
"Una notizia tanto attesa: una promessa mantenuta che da' concretezza all'impegno internazionale dell'Italia e alla sua credibilità" - commenta il presidente dell'Associazione delle Ong italiane, Sergio Marelli. "Ora - ha precisato Marelli - ci aspettiamo che lo stesso segnale positivo arrivi per i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, per la lotta alla povertà, un passo decisivo per far passare l'Italia dagli ultimi posti in Europa in fatto di Aiuto pubblico allo sviluppo a una posizione di serietà e autorevolezza".
Dello stesso tenore anche il commento di ActionAid: "Finalmente l’Italia ha onorato il debito nei confronti del Fondo Globale. Adesso speriamo che il Dpef e la prossima legge Finanziaria diano seguito agli annunci del presidente Prodi sugli ulteriori 400 milioni annui che l’Italia dovrebbe riservare per i prossimi dieci anni nella lotta all’Hiv" - ha commentato Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid. "Certamente si tratta di un primo importante passo per rimettere l’Italia sulla strada giusta nella lotta all’AIDS e adesso speriamo che si sblocchi finalmente anche la discussione del PdL sul finanziamento certo e continuo del Fondo Globale, fermo ormai da settimane alla Commissione Bilancio della Camera".
Soddisfazione anche da parte della Viceministra degli Esteri con delega alla cooperazione, Patrizia Sentinelli. "Esprimo soddisfazione per lo sblocco dei 260 milioni di Euro per il Fondo Globale. Con questa scelta l'attuale Governo conferma la positiva inversione di tendenza rispetto alle politiche di aiuto allo sviluppo". "Il prossimo passo - conclude Sentinelli - dovrà consistere in un sostanzioso aumento dei fondi destinati alla cooperazione nella prossima finanziaria per rispettare gli impegni presi a livello internazionale in riferimento agli Obiettivi del Millennio".
E proprio sulla quota dei fondi destinati alla cooperazione internazionale interviene il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, dettando un'inversione di tendenza circa l'Aiuto pubblico allo Sviluppo (Aps). Un capitolo del Dpef è dedicato alla Cooperazione allo sviluppo e afferma che - considerato che "a legislazione vigente le previsioni per il triennio 2007-2009 indicano un livello di APS in diminuzione (0,20 per cento nel 2008; 0,16 per cento nel 2009), in netto contrasto con gli adempimenti assunti" è "indifferibile un'azione correttiva volta a innescare una tendenza positiva dell'APS, attraverso un significativo aumento dei relativi stanziamenti con l'intento di avvicinarsi il più possibile all'obiettivo dello 0,51 per cento, anche in previsione della Presidenza italiana del G8 nel 2009, appuntamento al quale l'Italia sarà chiamata in prima persona a dimostrare la serietà degli impegni presi".
"A tal fine - prosegue il Dpef - i Ministeri competenti (Affari Esteri e Ministero dell'Economia e delle Finanze) definiranno obiettivi annuali per il triennio 2008-2010, che dovranno tendere — al netto degli arretrati per gli anni precedenti, per i quali dovranno essere individuate le risorse necessarie — al raggiungimento dello 0,33 per cento nel 2008 (stimabile intorno ai 4,7 miliardi complessivi) e dello 0,42 per cento nel 2009 (stimabile intorno ai 6,1 miliardi complessivi), per poter giungere allo 0,51 per cento nel 2010 (stimabile intorno ai 7,5 miliardi complessivi). All'interno di tali stanziamenti in ogni caso priorità dovrà essere assegnata all'Africa, per la quale l'Italia si è impegnata al Vertice di Gleneagles per un raddoppio degli aiuti".
Il documento ricorda inoltre che, in una prospettiva più a lungo termine, "il Governo ha proposto, attraverso la legge delega in discussione al Parlamento, una riforma della cooperazione allo sviluppo volta a dare maggiore unitarietà e coerenza alla politica di cooperazione italiana, e a definire una nuova struttura organizzativa più rispondente alle nuove sfide poste dallo sviluppo e dalla globalizzazione".
( unimondo.org )
Il presidente della Camera: con la discesa in campo del sindaco di Roma «nasce la quarta via», la guardiamo con «interesse ed esternità» .
Il segretario del Prc Giordano: «Lavoriamo ad una soggettività unitaria. Entro due settimane ci si riunisca tutti» e lancia l'idea di liste comuni nel 2008.
Con Veltroni in campo, è «ancora più forte il problema della costruzione di una sinistra di alternativa, plurale e unitaria». All'indomani dell'outing del sindaco di Roma al Lingotto di Torino, Fausto Bertinotti ribatte su quelle che, a suo avviso, sono le urgenze delle forze che stanno a sinistra del Partito Democratico. Il presidente della Camera ragiona sugli scenari politici in rapida evoluzione, dopo l'avvio del percorso di Ds e Margherita verso il Pd, la scissione di Sinistra Democratica dalla Quercia, il cammino intrapreso da Rifondazione nella Sinistra Europea, l'esperienza del governo Prodi e, ora, la "corsa" (in netto vantaggio) di Walter Veltroni verso la guida del Partito Democratico e, presumibilmente, anche verso quella di un futuro esecutivo di centrosinistra. In particolare, l'ultimo dei fattori elencati introduce una novità nello scenario non solo italiano, ma della intera «Europa latina», dice Bertinotti. Walter come Ségolène, è la riflessione del presidente della Camera, il quale vede, nella coppia, gli eredi di un altro duetto molto omogeneo: Blair e Schroeder. «La Terza Via, quella cultura liberal sociale che vede il suo esaurimento nel mondo anglosassone, rinasce qui, lungo un'asse franco-italiano e diventa Quarta Via», afferma Bertinotti. Lo stampo è lo stesso: la Quarta Via non cambia i contenuti della Terza, ma si manifesta con un «involucro modificato». Sia Royal che Veltroni, infatti, continua il presidente della Camera, operano su una «modifica dei partiti dai quali provengono». In Francia, la socialista Ségolène ha tenuto in buon conto le possibili alleanze con il centro di Bayrou; in Italia, Veltroni è il candidato forte per la leadership di un nuovo soggetto, il Pd, nato dalla fusione di Ds e Dl e dunque dalla conclusione delle opzioni politiche che separatamente rappresentavano. La Quarta Via, inoltre, è caratterizzata da un elemento di «forte personalizzazione della politica» e presenta connotati diversi in fatto di «linguaggio, generazione dei leader, uso della loro immagine sui media».
Di fronte a tutto questo, insiste Bertinotti, la sinistra di alternativa, che è «esterna» alla cultura di Ségolène e di Veltroni, ha la necessità di costruire un «profilo unitario e plurale». Come guardare ai due nuovi fenomeni del panorama politico? «Con interesse ed esternità», risponde il presidente della Camera, per dire che «insieme si può stare, ma la sinistra di alternativa è un'altra cosa rispetto a loro».
Focus sull'Italia. La possibilità di alleanze elettorali e di governo con Veltroni va verificata. Bertinotti rimane dell'idea (già formulata a metà giugno in occasione della nascita della Die Linke tedesca) che «non sta scritto da nessuna parte che la sinistra debba stare al governo, ma se ci sta, se ci sono le condizioni per cui possa starci, è meglio».
Per Bertinotti, il punto nevralgico è accettare «la sfida per l'egemonia». Sia chiaro: con Blair-Schroeder o con Veltroni-Royal, «i due filoni principali della cultura politica restano gli stessi. Da una parte, la sinistra riformista, dall'altra quella di alternativa». Tertium non datur. Il quadro, è il ragionamento, non offre spazi per terze opzioni, come quella rappresentata da una eventuale Costituente socialista, cui tengono in diversi, anche all'interno di quelle forze che si collocano a sinistra del Partito Democratico (Angius per esempio non fa mistero della propria collocazione in Sd, nel socialismo europeo, ma nè con Bertinotti, nè con Veltroni).
Il "tifone Walter" ispira riflessioni a sinistra. Il segretario del Prc Franco Giordano lancia la sua proposta a Sd, Pdci e Verdi: «Liste unitarie alle prossime amministrative». Giordano cita gli esempi di Taranto, Gorizia, L'Aquila nella tornata elettorale di alcune settimane fa. «Quando emerge la possibilità concreta di poter far valere questa idea alternativa di comunità - dice - noi non temiamo rivali, neanche quando abbiamo contro il Pd». Per riuscire, però, è necessario «far lievitare un processo reale, di popolo, far maturare le condizioni nei territori». Nel contempo, «dobbiamo lavorare a una soggettività unitaria che non
neghi le identità di nessuno o le faccia diventare un freno», continua il segretario di Rc. E lancia l'altra proposta: «Entro due settimane ci si riunisca tutti: vertici dei partiti disponibili, sindacati interessati, associazionismo di base, movimenti, per organizzare in tutta Italia una grande campagna basata su contenuti precisi. Un'assemblea di massa per ricostruire una sinistra unitaria, pacifista, antiliberista».
E' d'accordo Paolo Cento dei Verdi. A maggior ragione nell'era Veltroni, spiega,«dobbiamo produrre un fatto politico nuovo a sinistra e accelerare sulla costruzione di un polo arcobaleno, antiliberista e pacifista». La proposta d'azione del sottosegretario allo Sviluppo Economico parte dal «coordinamento nazionale, pensato da Giordano», per farne un laboratorio che approdi a una «costituente federalista delle sinistre». Ma attenzione: «Veltroni sarà leader del Pd e molto probabilmente anche premier. Sarebbe sbagliato contrapporsi, con lui bisogna dialogare perchè il prossimo governo si regga su due gambe: il Pd e il polo di sinistra».
Competizione e interlocuzione, dunque. Perchè a sinistra, anche dentro Rifondazione, un'altra esperienza di governo viene fortemente auspicata e non ci si scoraggia di fronte all'approccio spiccatamente di destra di alcuni passaggi del discorso di Veltroni (sicurezza, immigrazione). Si confida nel confronto e nell'approdo ad un programma condiviso. E' ottimista Carlo Leoni, ex diessino e veltroniano, ora in Sd: «Veltroni è persona di dialogo, non di rottura. La sinistra che dobbiamo costruire sarà alleata del Pd». Certo, per essere riconosciuti come interlocutori bisogna «costruire la sinistra in Italia». Partendo dal basso, perchè al vertice «le cose si stanno muovendo». Spiega Leoni: «Possiamo fare tutti i coordinamenti nazionali che vogliamo, ma è importante agire sul territorio, nei posti di lavoro, dare avvio a un percorso partecipato e aperto». Con di fronte un Partito Democratico guidato da Veltroni «non basta "gufare" per il loro insuccesso...».
Innegabile però che con la discesa in campo del sindaco di Roma, gli ex diessini di Sd, alle prime esperienze fuori dall'ombra della Quercia, siano al centro della curiosità mediatica e non solo. Colpisce l'appello di Giuseppe Caldarola, uscito dai Ds in contrasto con la modalità di costruzione del Pd e non confluito nell'area di Mussi, che si dice pronto («Ci sto pensando, ma Walter mi piace») a tornare alla casa madre. «All'apertura di Veltroni (che a Torino ha esplicitamente teso la mano agli ex colleghi di partito, ndr.) voglio rispondere con un'apertura e proporla anche agli amici con i quali in questi mesi ho condotto una battaglia - spiega - Tra questi Gavino Angius, ma non solo. Anche i socialisti». Ma Leoni non ha dubbi: «Angius ha chiarito che sta nel socialismo europeo e il Pd non sta lì. Ho molta stima di Walter, ma noi abbiamo lasciato i Ds perchè contrari al Pd a prescindere da chi l'avrebbe guidato. Caldarola è libero di scegliere ciò che meglio crede, noi abbiamo già scelto». E, se non bastasse, c'è Cesare Salvi: «Sinistra e Veltroni, anzi sinistra o Veltroni: sono cose incompatibili». Quanto a future alleanze di governo: «L'accordo con Prodi è stato catastrofico perchè il governo va male», dice Salvi. Con un altro leader, «non può che andare meglio di così». E segna una distanza netta da Veltroni anche Pino Sgobio dei Comunisti Italiani: «Walter rafforzerà il Partito Democratico e il versante moderato della coalizione di centrosinistra. Noi però siamo sempre più convinti che oggigiorno non serva più la politica delle mezze misure e delle riforme morbide, ma quella delle scelte nette, chiare e decisive: il lavoro e le pensioni, ad esempio, sono per eccellenza il metro su cui il centrosinistra dovrà misurarsi».
Ma ce n'è anche un altro di campo su cui misurarsi: la legge elettorale. Veltroni è stato chiaro a Torino, lodando il modello francese. E ieri la presentazione di un disegno di legge dell'Ulivo (a firma di Anna Finocchiaro) ispirato al doppio turno d'oltralpe ha scatenato la sinistra di alternativa. «Tutto si complica nel confronto sulla riforma della legge elettorale», dice Massimo Villone, senatore di Sd. La presentazione del provvedimento all'indomani dell'appello di Veltroni «fa entrare nel confronto parlamentare la dialettica interna al Pd e questo non può produrre effetti positivi». Anche Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato, condanna «l'insistenza dell'Ulivo sul doppio turno alla francese, già bocciato dalla maggioranza delle forze politiche» e rincara sulla «campagna di An a favore del referendum». Si tratta di «segnali pessimi, di ostruzionismo mascherato per agevolare il referendum. Insistiamo sul confronto parlamentare: noi siamo per il modello tedesco».
( Liberazione, Angela Mauro )
Molti lettori dell’Unità, sconcertati dalle telefonate di alcuni politici con alcuni furbetti del quartierino, sperano che Veltroni riparta dalla questione morale. Cioè porti Enrico Berlinguer nel pantheon del Pd, attualmente popolato dalla buonanima di Craxi. Torino, la città scelta da Uòlter per l’annuncio della sua candidatura, potrebbe ispirarlo: la prima Tangentopoli dell’èra moderna esplose proprio lì, grazie al sindaco comunista Diego Novelli. Nel 1983 un imprenditore gli confidò che alcuni assessori intascavano mazzette.
Lui, anziché far finta di non sentire, lo accompagnò in Procura a sporgere denuncia. Così il vicesindaco socialista e alcuni assessori finirono in galera o sotto inchiesta.
Il caso Zampini, dal nome del faccendiere che dirigeva il traffico della tangenti, segnò la fine della giunta rossa. Non perché qualcuno rubava, ma perché il sindaco aveva osato denunciare i ladri. Dunque era divenuto«inaffidabile». Craxi giurò di fargliela pagare e Giuliano Amato, inviato a commissariare il Garofano, lo rimproverò per non aver «risolto politicamente la faccenda». Oggi non c’è nemmeno bisogno di risolvere politicamente.
Nel 1993, quand’ era un semplice consigliere comunale, Lorenzo Cesa fu arrestato per le mazzette incassate per il ministro Prandini. Ne confessò una dozzina (il verbale iniziava così: «Intendo svuotare il sacco», manco fosse Pietro Gambadilegno). Fu condannato a 3 anni (Prandini a 6) in primo grado. Poi il solito cavillo mandò il processo a farsi benedire. Cesa intanto era divenuto deputato. Ora è segretario dell’Udc. L’altro giorno, indagato nell’inchiesta di Catanzaro, ha dichiarato: «Io non c’entro, ho le mani pulite». Ma anche se le avesse ancora sporche, cambierebbe qualcosa?
A giorni, il 4 luglio, Cesare Previti compirà 14 mesi da deputato abusivo: il 4 maggio 2006 la Cassazione l’ha condannato a 6 anni per corruzione giudiziaria e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Ma in Parlamento le sentenze della Cassazione non valgono: la giunta per le elezioni è ancora lì che discute se cacciarlo o meno. Il 9 aprile forse voterà la decadenza, poi la cosa passerà all’aula e si andrà all’autunno. Ma qualcuno già subordina la cacciata dell’abusivo al suo reintegro quando - tra un paio d’anni - finirà il «servizio sociale» in una comunità di tossicodipendenti. Pare che, nel dizionario del Parlamento, l’aggettivo «perpetuo» significhi temporaneo, provvisorio, trattabile.
Ieri, bontà sua, il presidente Bertinotti ha escluso la possibilità del reintegro: o Previti viene cacciato, o resta al suo posto. E il fatto che, in barba a una sentenza irrevocabile, si ipotizzi la permanenza dell’interdetto la dice lunga sul rispetto che il Parlamento riserva alle sentenze della magistratura. In un paese serio, la Cassazione avrebbe già sollevato un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato contro la Camera che ignora una sentenza definitiva. Ieri il caso Previti, come quelli degli altri 24 pregiudicati felicemente assisi tra Camera e Senato, è approdato al Parlamento europeo grazie a un comico, Beppe Grillo. Intanto l’esempio dall’alto fa scuola negli enti locali.
Ad Asti è stato appena rieletto sindaco Giorgio Galvagno, arrestato nel ‘94 per lo scandalo della discarica di Vallemanina-Valleandona (smaltimento fuorilegge di rifiuti tossici in cambio di tangenti): nel ‘96 patteggiò 6 mesi e 26 giorni per inquinamento delle falde acquifere, abuso e omissione di atti ufficio, falso ideologico, delitti colposi contro la salute pubblica e omessa denuncia. Nel 2001 Forza Italia lo fece eleggere deputato. Ora torna sindaco. E nel nuovo consiglio comunale è in ottima compagnia. Secondo Alberto Pasta, vicesindaco uscente dell’Ulivo, altri due consiglieri, ovviamente di Forzitalia, hanno precedenti penali.
Il primo è Vincenzo Sangiovanni, napoletano, condannato definitivamente a 4 anni e 4 mesi nel ‘79 per concorso in rapina continuata, detenzione illegale di armi e munizioni, porto illegale di armi; non contento, nel ‘93 s’è beccato altri 2 anni e 3 mesi definitivi per violazione della legge sulla droga; poi ha ottenuto la riabilitazione. Il secondo è Gino Trifone: nel ‘95 ha patteggiato 40 giorni per gioco d’azzardo e nel 2000 altri 11 mesi per tolleranza abituale della prostituzione nel suo locale; ora è imputato per usura. Un inquinatore, un rapinatore e un biscazziere in consiglio comunale. Poi dicono che non c’è selezione delle classi dirigenti.
( Marco Travaglio, l'Unità )
All’inizio di maggio il tavolo di contrattazione tra governo e sindacati si era aperto e chiuso in una mattinata a causa della posizione assunta dal ministro dell’economia Padoa Schioppa, che non lasciava alcun margine di contrattazione, anzi di più, pretendeva che fossero i sindacati a contrattare, in casa loro. Ricordate? Padoa Schioppa disse che i sindacati dovevano “essere ambiziosi e coraggiosi” e “vincere la battaglia in casa loro, invece di portarla sempre in casa d’altri”.
Inoltre dichiarava che "La legislazione vigente depositata presso le sedi internazionali comprende le leggi Maroni e Dini”, e la modifica di queste leggi “altererebbe l'equilibrio" del sistema pensionistico. Invece, secondo il ministro, non si doveva perdere l'occasione "formidabile di fare due cose: prevedere ammortizzatori sociali per i giovani e aumentare le pensioni minime".
Ieri invece, a conclusione della giornata di incontri a Palazzo Chigi su Dpef e pensioni, le dichiarazioni del ministro erano di tutt’altro tenore. “I conti vanno bene e il rapporto deficit/pil per l’anno in corso dovrebbe collocarsi intorno al 2,2%, forse anche meno” quindi, ha proseguito “sono pronto ad affrontare anche una qualche tensione con la Commissione europea” - che, ricordiamo, insiste perché l’extragettito vada a coprire il debito piuttosto che priorità sociali - “ma non a una rottura”, conclude. Il che vuol dire che nel Dpef si può inserire una condizione che spalmi su due anni la riduzione in percentuale del deficit/pil” , cosa che permette di ‘allargare’ le possibilità di spesa. E quelle di superamento dello scalone.
E’ qui che torna in mente la richiesta del ministro ai sindacati citata all’inizio. E il dubbio che l’atteggiamento più morbido di Padoa Schioppa sia semplicemente più astuto del precedente frontale è grande. Perciò sorge spontanea la domanda: che cosa è accaduto nel frattempo?
Il Prc, insieme ai Verdi, Pdci e Sinistra democratica hanno assunto una posizione sempre più chiara e determinata sul “risarcimento sociale”, fino alla lettera dei quattro ministri al presidente del consiglio, che non poteva certo rimanere inascoltata. Ma questo può aver determinato il cambio di atteggiamento, senza che cambi la sostanza. Dopo la giornata di ieri sembra definito l’accordo su un ‘aumento’ alle pensioni minime, nella misura di una una tantum di 250 € a settembre e un aumento mensile di 40 € (lorde) fra un anno, ad aprile 2008, mentre i 600 milioni del tesoretto destinati ai precari diventeranno in parte agevolazioni per il riscatto della laurea e in parte a copertura di ‘buchi’ contributivi. Al momento quindi le misure concrete sono piuttosto marginali, mentre ancora nulla è definito per quel che riguarda le opzioni per il superamento dello scalone.
"Noi non vogliamo solo ammorbidire lo scalone: vogliamo abolirlo per intero, così come è scritto nel programma dell'Unione". Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista, batte su questo punto di coerenza che persino “il sole 24 ore” di oggi ci tiene a ricordare: “Lo scalone Maroni va abolito. Lo scrive il programma dell’Ulivo, che l’elettore a votato”. (Kostoris). Ed è su questo punto che richiama gli alleati, perché il compromesso nella maggioranza era stato invece raggiunto sulla base di un “ammorbidimento” dello scalone, con l’introduzione di “scalini” o quote.
Ma le ipotesi in campo per superare lo scalone non lo superano in danno: una propone di protrarre il requisito dell’età a 58 anni con 35 di contributi nel 2008 e 2009, dopodiché si potrebbe andare in pensione a qualsiasi età, ma con 40 anni di contributi. La seconda somma l’età anagrafica e gli anni di contributi. Per i più giovani invece, cioè quelli che da dopo il 1995 hanno cominciato a totalizzare i 18 anni di contribuzione, non ci sarebbe più un’età pensionabile minima, ma sarebbe di fatto improponibile non raggiungere i 40 anni di anzianità contributiva perché prima di quelli la pensione sarebbe irrisoria.
Resta da capire la posizione dei sindacati, a questo punto. “L’accordo è sul filo di lana. Vedo troppo ottimismo in giro”, ha detto il leader della Cgil Epifani, dopo essersi detto parzialmente soddisfatto per l’accordo sugli aumenti delle pensioni minime. Per il leader della Uil, Angeletti, le possibilità di un accordo su previdenza, mercato del lavoro e Dpef “si stanno riducendo”. Secondo il leader della Cisl, Bonanni, sullo scalone e soprattutto sulle cifre diffuse sull'anticipo a ottobre degli aumenti per le pensioni basse “si sta facendo una corsa dei muli che non serve a nessuno”. Ma in ogni caso domenica scorsa, alla festa della Cisl a Levico, aveva sostenuto che “questo accordo si deve fare”, calcando due volte sul “deve”. Mentre la Fiom continua a proclamare e a sostenere gli scioperi che si susseguono nelle fabbriche, ultimo quello di oggi alla Fiat Sata di Melfi, ma di consultazioni dei sindacati confederali prima di qualsiasi accordo non si vede traccia.
La posizione dei sindacati per dirimere la questione del superamento dello scalone è decisiva, a questo punto, tanto quanto appare debole, ma sarebbe un danno enorme, da parte della politica, lasciare a loro la patata bollente.
( Anna Maria Bruni, rifondazione.it )