Giovani Comunist@ Alberobello

Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx

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lunedì, 30 aprile 2007

MANIFESTAZIONE CITTADINA PER LA FESTA DEI LAVORATORI.

Domani 1° Maggio è la festa dei lavoratori. La festeggeremo insieme per le strade della nostra cittadina dalle ore 9.30 con un concerto bandistico, e alle 11.30, ci incontreremo in piazza per una riflessione sull'importanza del lavoro e dei lavoratori. All'incontro parteciperà anche il sindaco prof. Bruno De Luca.
Vi aspettiamo numerosi.

Comitato Festa del Lavoro - 1° Maggio

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 30, 2007 18:06 | link | commenti (2)
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Usa, Proposta indecente.

Per scongiurare altre tragedie, la lobby delle armi vorrebbe una società sempre più armata.

Pistola esplosaLa logica è ferrea, automatica come un'arma. Un omicida si introduce in casa di qualcuno e comincia a sparare, uccidendo chi trova davanti a se'. Se le vittime fossero state a loro volta armate - si argomenta - la tragedia si sarebbe potuta evitare. Perciò, l'unica soluzione a un'arma nelle mani sbagliate è un'arma nelle mani giuste. O nelle mani di tutti. Il sillogismo, che anima il dibattito della lobby delle armi statunitense, la National Rifle Association (Nra), non è che il risultato di un'interpetazione del tutto personale del Secondo emendamento della Costituzione Usa, secondo la quale una vera politica di sicurezza consiste nel proteggere ciascuna onesta famiglia americana dai pericoli di questo mondo impazzito dotandola di un'arma.

Violenza nel mirinoMatti da legare. Armare un'intera nazione è "una proposta da manicomio", commentava ieri l'editorialista del 'New York Times' Bob Herbert. "Il primo passo per superare una dipendenza - scrive Herbert - è riconoscerla. Gli americani dipendono dalla violenza delle armi. Facciamo pubbliche dichiarazioni di rammarico ad ogni massacro di massa, ma non esprimiamo mai una reale volontà di togliere le armi dalla circolazione, o di registrarle, o di addestrare e registrare a loro volta chi le compra". Dagli omicidi di Martin Luther King e di Kennedy, nel 1968, oltre un milione di americani sono morti a causa delle armi. Più di quanti americani sono morti in tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti. Un recente rapporto pubblicato dal Children Defense Fund rivela che, dal 1979, sono morti 100 mila bambini a causa delle armi. Otto minori muoiono ogni giorno. Per ogni bambino morto a causa di armi da fuoco, ce ne sono cinque che rimangono feriti. Secondo la rivista della American Medical Association, i costi per ognuno di loro sono di 45 mila dollari, escluse le cure riabilitative. In un anno, i costi a carico della sanità arrivano fino a 2,3 miliardi di dollari. Solo gli incidenti stradali e il cancro uccidono di più. Uno studio pubblicato alcuni anni fa dalla Harvard School of Public Health ha posto a paragone i tassi di mortalità per arma da fuoco, nei bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni, nei cinque Stati con il più alto tasso di possesso di armi rispetto ai cinque Stati con il tasso minore. I bambini degli Stati dove si comprano più armi hanno una probabilità di rimanere feriti 16 volte maggiore rispetto agli altri. La probabilità di rimanere uccisi è sette volte maggiore. Quella di suicidarsi tre volte maggiore.

Familiarità con le armiQuali le soluzioni? Secondo il Children Defense Fund, il Congresso Usa dovrebbe adottare misure di sicurezza che comprendono una legge tesa a colmare le lacune legislative tra gli Stati e il governo federale. Prima fra tutte, la possibilità di controllare se coloro che comprano armi da venditori non autorizzati hanno un passato criminale o una storia di malattie psichiatriche. Poi, andrebbe ripristinata la legislazione del '94, che impone il bando alle armi automatiche. I genitori dovrebbero rimuovere le armi da casa, organizzare gruppi di 'risoluzione non-violenta dei conflitti' nelle comunità, rifiutarsi di acquistare videogames e altri prodotti che esaltano la violenza o la rendono socialmente accettabile. Una nota positiva proviene dai sindaci di alcune città statunitensi. Dall'inizio dell'anno, 100 persone sono morte a Philadelphia, 80 a Baltimora. I primi cittadini di queste ed altre metropoli, tra cui Washington e New York, si stanno mobilitando per combattere la vendita illegale di armi. La campagna dei 'sindaci disarmati' ha visto, lo scorso anno, 15 città aderire all'appello. Oggi sono più di 200, provenienti da 46 Stati diversi. E' un primo, timido passo per contrapporre azioni concrete alla potente lobby armiera degli Stati Uniti.

( Luca Galassi, http://www.peacereporter.net/default.php )

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 30, 2007 11:04 | link | commenti
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domenica, 29 aprile 2007

A sinistra un bacio lungo nove anni.

Il '98 è lontano: il congresso del Pdci accoglie calorosamente «il compagno Bertinotti». Il segretario Diliberto rinnova la sua proposta di confederazione allargata a movimenti e associazioni

Le due parole che il delegato comunista riesce a far arrivare a Fausto Bertinotti, nella calca che lo circonda mentre il presidente della camera lascia il congresso del partito dei comunisti italiani dopo aver ascoltato la relazione di Oliviero Diliberto, sono probabilmente troppo semplici e sicuramente premature. «Torniamo insieme», gli dice.
Ma sono una buona sintesi dello spirito con il quale la platea comunista accoglie Bertinotti. Le sue foto con i militanti dei comunisti italiani, quella con la bandiera del Pdci, il doppio bacio con Diliberto che poi dal palco lo saluta per primo - «presidente e, se il cerimoniale me lo consente, compagno Bertinotti» - sono tutte immagini che nove anni dopo si sovrappongono a quella più celebre del 7 ottobre '98 in cui Diliberto stringe la mano ad Armando Cossutta subito dopo aver pronunciato alla camera il discorso della scissione. In mezzo a loro un Bertinotti livido e muto.
«Sono molto contento per l'accoglienza ricevuta e ringrazio», ha potuto dire ieri sera a Rimini Bertinotti, trattenuto al congresso dall'applauso dei vecchi compagni. Ma non è un caso che tutto questo si sia potuto realizzare solo oggi, perché oggi nel Pdci non c'è più uno dei protagonisti dei quella foto del '98: Armando Cossutta. Il vecchio presidente ha lasciato il partito pochi giorni fa dopo mesi di fredda ostilità, Diliberto gli dedica un saluto rispettoso nella relazione «anche se il compagno Cossutta è molto polemico con noi». Il congresso concede un tiepido applauso, i dirigenti aspettano di capire se davvero l'ex presidente vorrà staccarsi dai senatori comunisti aprendo così qualche problema al gruppo.
Diliberto dedica buona parte della sua relazione al tema dell'unità a sinistra. L'occasione che si apre con la nascita del partito democratico: «Ragioniamo non più sul se ma sul quando realizzare questa unità», dice. La vecchia proposta del Pdci di confederazione, che in origine era rivolta anche a tutti i Ds, torna riformulata: «Noi pensiamo a una forma confederale perché ci pare una proposta di buon senso. E' una forma che non prevede scomuniche o abiure, non prevede vincitori né vinti». E che Diliberto adesso allarga anche «a movimenti e associazioni». Il Pdci soffre ancora la sindrome del figlio di un dio minore e deve conquistarsi lo spazio del dialogo a sinistra palmo a palmo. E' un partito sicuramente unitario - nacque per cercare di salvare il primo governo Prodi, invano - ma ha un bagaglio simbolico piuttosto pesante da maneggiare per una sinistra che vuole rinnovarsi. Dopo dieci minuti Diliberto ha già salutato Cuba tra gli applausi, accanto a lui la scenografia prevede una falce e martello delle dimensioni di un monolocale, «siamo e resteremo orgogliosamente comunisti» sono le parole con cui chiude la relazione. Ma anche qui è questione di sfumature. Per esempio l'eurodeputato Marco Rizzo non saluta Bertinotti - con il quale polemizza nelle dichiarazioni quotidiane - e urla l'Internazionale sguainando il pugno sinistro, mentre Diliberto canticchia a braccia conserte. E in fondo il segretario chiarisce: «Siamo orgogliosamente comunisti ma mettiamo le nostre idee al servizio della sinistra». In che forma spetterà «alla fantasia della politica» verificarlo.
E allora il discorso è solo un po' più prudente di quello che Bertinotti va a fare davanti alle telecamere di La7 in cui persino il cambio di nome e di simbolo del Prc non è più un tabù - «decidano i dirigenti del partito», dice - e si delinea una formula in cui le identità delle varie formazioni si stemperano in un contenitore unico della sinistra. «Una soggettività plurale», dice Bertinotti. «Una sinistra senza aggettivi», dice Diliberto, così da non mettere in imbarazzo né comunisti né socialisti. Naturalmente falce e martello in quanto più pesanti di qualsiasi aggettivo sarebbero destinati a svanire sullo sfondo. Diliberto da un po' ne parla più come i simboli del lavoro che del comunismo (l'ha fatto nei congressi di federazione). E se una cosa vuole raccomandare il segretario del Pdci è proprio che la sinistra metta al centro il tema del lavoro. Sinistra senza aggettivi, dunque, non certo «radicale» che a un togliattiano come Diliberto proprio non va giù, magari partito del lavoro recuperando lo slogan di un congresso fa.
Oggi riflettori sugli equilibri interni al partito, senza che ci sia da attendersi nessuna sorpresa se non l'elezione alla presidenza di Antonino Cuffaro al posto di Cossutta. Domenica arriva Cesare Salvi, interlocutore privilegiato insieme a Mussi per la costruzione dell'unità a sinistra. «Qualcosa si sta muovendo» tira le somme Diliberto e certo il Pdci vorrà farne parte. «Oggi abbiamo fatto tutti insieme un passo avanti» commenta Giovanni Russo Spena del Prc. Un passo lungo nove anni.
( fonte: il manifesto del 28 Aprile 2007, di andrea fabozzi )
postato da: GioCoAlb alle ore aprile 29, 2007 16:23 | link | commenti
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Armi, riconvertire conviene. - A Brescia esperti a convegno su come 'Disarmare il Territorio'.

Bocca di fuocoTerritori disarmanti. “Caro operaio, scrivere a te che con 80 mila compagni di lavoro strappi la vita in una delle 300 fabbriche di morte disseminate in Italia, è più difficile che scrivere al Sottosegretario della Difesa. Con queste parole nel 1986 il vescovo Don Tonino Bello, affrontava in una lettera il tema della riconversione dell’industria bellica. Oggi in Lombardia, dove si concentra il 20% della produzione bellica italiana con un fatturato complessivo di 0.9 miliardi di Euro, le persone impiegate nel settore militare sono oltre 8 mila. Non a caso proprio a Brescia, la provincia più militarizzata del Bel Paese con 134 aziende collegate alla produzione di armi, si è tenuto il Convegno dedicato alla riconversione bellica, nell'ambito del ciclo di incontri “Territori Disarmanti” organizzati dalla rete italiana per il disarmo. Nella città che la scorsa settimana ha ospitato Exa, la “Fiera internazionale delle armi sportive, security e outdoor”, gli attivisti del territorio e gli esperti italiani del settore, hanno affrontato il tema del commercio internazionale degli armamenti, cercando e proponendo alternative possibili. Come ha sottolineato Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna Controllarmi, le difficoltà non sono poche: la produzione e l'esportazione di armi rappresentano un notevole investimento dello Stato italiano, un grande affare per le banche (incassi per quasi 1,5 miliardi di Euro nel solo 2006), ma anche una garanzia per i sindacati che, dato il mercato sicuro dell'industria militare, spesso preferiscono non “rischiare” nella conversione al civile.

Mina della ValsellaPerchè conviene riconvertire. Nonostante il trend attuale, alcuni numeri sull'occupazione nella produzione di armi mostrano come la riconversione possa essere una scelta lungimirante. Secondo il rapporto dell'ASD (AreoSpace and Defence Industries Association of Europe), mentre il fatturato dell'industria aerospaziale è raddoppiato negli ultimi 25 anni, gli occupati della parte militare del settore sono diminuiti del 60%, mentre quelli in campo civile sono aumentati del 45%. Gianni Alioti, della Fim-Cisl, sindacato dei metalmeccanici, afferma che la difficoltà nel convertire al civile dipende da molteplici fattori, quali il peso che il fatturato militare ricopre in ciascuna azienda, la tipologia del prodotto e la tecnologia impiegata. Se è relativamente semplice riconvertire le piccole e medie aziende che producono componenti elettroniche o meccaniche, data la versatilità delle tecnologie (dual use), passare al civile risulta più complesso nei settori aeronautico, elettronico-informatico e delle telecomunicazioni perché comporta il salto a una condizione di redditività minore e più incerta rispetto al militare e quindi un impegnativo riorientamento organizzativo volto all'efficienza. Appare ancora più problematica la riconversione di arsenali navali e basi militari, che rende indispensabili dismissioni, smantellamenti e riutilizzo alternativo delle aree: tuttavia, nei casi in cui la conversione non è praticabile, la prospettiva appare la diversificazione verso attività civili.
 
Manifesto della campagna Control ArmsEnergie rinnovabili. Sul tema è intervenuto Andrea Licata, del Centro Studi e Ricerche per la Pace dell'Università di Trieste, portando positive esperienze tra cui quelle del programma Konver dell'Unione Europea attivo dagli anni '90 per favorire i processi di riconversione e l'adattamento economico delle aree del vecchio Continente maggiormente dipendenti dalla produzione militare. Il settore verso cui si è dimostrato particolarmente conveniente riutilizzare gli spazi dell'industria della Difesa, soprattutto in Germania, è quello delle energie rinnovabili. E’ questa l’idea del disegno di legge nazionale, presentato al Parlamento lo scorso maggio, nonché della proposta di iniziativa popolare per la Regione Lombardia, che però al momento sono ferme. Forse anche perchè, come sottolinea Beretta,non si trova un programma televisivo, non confinato in orari da sonnambuli, che dia spazio ai temi di spese militari e commercio di armi. E gli argomenti non mancherebbero, a partire dal record ventennale nell'export di armi raggiunto lo scorso anno con autorizzazioni alle vendite per 2,1 miliardi di Euro, proprio dal Governo Prodi che si era impegnato ad un maggiore controllo sul commercio di materiale bellico.
( di Ludovica Jona, fonte: http://www.peacereporter.net/default.php )
postato da: GioCoAlb alle ore aprile 29, 2007 10:43 | link | commenti
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sabato, 28 aprile 2007

Fatti accertati. Misteri insoluti.

Domande inquietanti a proposito del proscioglimento del Padrone d’Italia.

Naturalmente come si dice in questi casi, bisogna attendere le motivazioni della sentenza.Ma già dal dispositivo della II sezione della Corte d’appello di Milano nel processo Sme-Ariosto qualcosa si può arguire. DunqueSilvio Berlusconi «non ha commesso il fatto». O, meglio,non ci sono prove sufficienti che lo abbia commesso. Questo vuol dire infatti il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale. Il fatto però c’è, tant’è che gli altri imputati - gli avvocati Previti e Pacifico, e il giudice Squillante - furono condannati in primo e secondo grado per corruzione (semplice per i due legali, giudiziaria per l’ex magistrato), salvo poi salvarsi in corner grazie alla sentenza della Cassazione che l’anno scorso, smentendo se stessa, decise di spedire il processo a Perugia perché ricominciasse da capo. Anzi, non ricominciasse affatto perché, mentre le carte viaggiavano dal Palazzaccio verso Perugia, è scattata la prescrizione. Qual è dunque il fatto? Il bonifico bancario di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) che il 5 marzo 1991 partì dal conto svizzero Ferrido della All Iberian (cassaforte estera di casa Fininvest, alimentata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria) e in pochi minuti transitò sul conto svizzero Mercier di Previti e di lì al conto svizzero Rowena di Squillante. Un bonifico molto imbarazzante per Berlusconi, che di Squillante era amico (si telefonavano per gli auguri di Capodanno, Squillante lo inquisì e lo interrogò e poi lo prosciolse nel 1985 in un processo per antenne abusive, poi il Cavaliere tentò di nominarlo ministro della Giustizia e gli offrì pure un collegio sicuro al Senato). Tant’è che l’allora premier tentò di sbarazzarsi delle prove giunte per rogatoria dalla Svizzera (legge sulle rogatorie, 2001), poi del giudice Brambilla che lo stava giudicando in primo grado (trasferito nel gennaio 2002 dall’apposito ministro Castelli), poi direttamente del processo (lodo Maccanico-Schifani del 2003 sull’impunità per le alte cariche dello Stato). Fu tutto vano. Ottenuto lo stralcio che separava il suo processo da quello a carico dei coimputati, Berlusconi fu poi processato da un altro collegio e ritenuto colpevole per quel fatto. Ma si salvò per la prescrizione, grazie alla generosa concessione (per la settima volta) delle attenuanti generiche. Contro quel grazioso omaggio, la Procura ricorse in appello affinché, spogliato delle attenuanti, il Cavaliere fosse condannato. A quel punto l’imputato, tramite il suo onorevole avvocato Pecorella, varò una legge che aboliva i processi d’appello dopo i proscioglimenti di primo grado: per esempio, il suo. La legge fu bocciata da Ciampi in quanto incostituzionale. Lui allora prorogò la legislatura per farla riapprovare tale e quale. Poi la Consulta la cancellò in quanto incostituzionale, e l’appello ripartì. Ieri s’è concluso con questa bella sentenza.
Insomma la condotta berlusconiana non somigliava proprio a quella di un imputato innocente. «Mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca», commentò efficacemente Daniele Luttazzi. Tant’è che ieri, alla notizia dell’assoluzione (per quanto dubitativa e ancora soggetta a un possibile annullamento in Cassazione), il più sorpreso era proprio lui, il Cavaliere. Era innocente o quasi, ma non lo sapeva. O forse non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi.
In attesa delle motivazioni, che si annunciano avvincenti, la questione è molto semplice. Cesare Previti è stato definitivamente condannato a 6 anni per aver corrotto un giudice, Vittorio Metta, in cambio della sentenza Imi-Sir del 1990 (tra l’altro, la sentenza che lo dichiara pure interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, è del 4 maggio 2006, ma a un anno di distanza l’onorevole pregiudicato interdetto è ancora deputato a spese nostre). Due mesi fa la Corte d’appello di Milano l’ha condannato a un altro anno e 8 mesi per aver corrotto lo stesso giudice Metta in cambio della sentenza che, due mesi dopo di quella Imi-Sir, toglieva la Mondadori a De Benedetti per regalarla a Berlusconi (che, processato come mandante di quella mazzetta, è uscito da quel processo grazie alle attenuanti generiche e alla conseguente prescrizione). Restava da definire il ruolo di Berlusconi in quel versamento estero su estero a Squillante, risalente a un mese dopo la sentenza Mondadori: marzo 1991. Tre tangenti giudiziarie in 5 mesi, tra la fine del 1990 e l’inizio del ’91. Se Previti, com’è irrevocabilmente accertato, pagò Metta per conto della famiglia Rovelli per vincere la causa (altrimenti persa) dell’Imi-Sir; se Previti pagò Metta per conto di Berlusconi per vincere la causa (altrimenti persa) del lodo Mondadori; ecco, se è vero tutto questo, per conto di chi Previti pagava Squillante? E perché Squillante, nel 1988, al termine della causa Sme vinta da Berlusconi e Barilla e persa da De Benedetti, ricevette 100 milioni estero su estero tramite Previti e Pacifico da Barilla, cioè dal socio di Berlusconi che non conosceva né Pacifico, né Previti, né Squillante? Questi erano i termini della questione che ieri i giudici dovevano risolvere. Hanno stabilito che, per i 100 milioni di Barilla a Squillante, «il fatto non sussiste»: sarà stato un omaggio a un giudice che stava particolarmente simpatico al re della pasta (che però non lo conosceva). Quanto ai 500 milioni della Fininvest a Squillante, Previti avrà fatto tutto da solo. Pur non essendo coinvolto personalmente in alcun processo (all’epoca, almeno), pagava il capo dell’ufficio Istruzione di Roma con soldi di Berlusconi, ma all’insaputa di Berlusconi, che non gli ha mai chiesto conto dei suoi quattrini (ma adesso lo farà, oh se lo farà: andrà da Previti, presso la comunità di recupero per tossicodipendenti dove sta scontando la pena, lo prenderà per il bavero e lo strapazzerà a dovere, per avergli causato tanti guai con la giustizia). O almeno non c’è la prova, nemmeno logica, che Berlusconi lo sapesse. Squillante, quando gli telefonava per gli auguri di Capodanno o negoziava il suo seggio al Senato, non gli parlò mai di quei generosi bonifici in Svizzera. Che so, per ringraziarlo. Invece niente, nemmeno una parola gentile. Che ingrato.

( Marco Travaglio, Da l’Unità del 28 aprile 2007 )

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 28, 2007 15:20 | link | commenti
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John Lennon - Working Class Hero

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 28, 2007 11:14 | link | commenti
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venerdì, 27 aprile 2007

Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937)

Immagine:Antonio Gramsci.jpg

« [...] non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini»
( Antonio Gramsci, lettera alla madre 10 maggio 1928 )
postato da: GioCoAlb alle ore aprile 27, 2007 11:07 | link | commenti
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giovedì, 26 aprile 2007

Giordano: “D’accordo con Berlinguer, nuovo soggetto a sinistra. Da subito”.

Il segretario del Prc risponde all’intervista di ieri dell’ex dirigente ex-sinistra Ds. D’accordo anche sui tempi accelerati. “Le tappe poi le vedremo. Ma c’è qualcosa da fare subito: spostare a sinistra l’asse del governo, sui problemi concreti (a partire dal tesoretto) usando la nuova forza della sinistra”.

La risposta è sì. Rifondazione ci sta, insomma. Franco Giordano ha appena letto l’intervista a Giovanni Berlinguer e non usa giri di parole per dirsi in sintonia con lui: è d’accordo sulla necessità di dar vita ad un nuovo soggetto politico della sinistra. Di più: è d’accordo anche sui tempi. Che devono essere rapidi, rapidissimi. «Condivido l’ansia di Giovanni, la sua fretta. Fare presto significa alimentare la speranza che sento circonda la proposta». Il segretario di Rifondazione quando parla di Berlinguer usa solo il nome: Giovanni. Lo conosce da moltissimo tempo ma non c’è solo questo. Il professore, lo studioso di medicina sociale, il dirigente degli ormai ex diesse per Franco Giordano è importante anche dal punto di vista simbolico. «Sì - racconta -  Avevo quattordici anni, mi avvicinavo come può farlo un ragazzo alle lotte studentesche. Ero incuriosito da tante cose. E un prete mi suggerì un libro. Era un saggio di Giovanni Berlinguer sull’uso sociale della scienza. Ne rimasi affascinato al punto che decisi di iscrivermi alla federazione giovanile comunista». Ora tutti e due – chi scriveva e chi leggeva – sono leader politici. Il primo, Berlinguer ha fatto una proposta che, in parte, anticipa la stessa idea che tirerà fuori la sua componente, quella che fino ieri si chiamava «correntone»: unire in un’unica formazione tutto ciò che «di buono si muove alla sinistra dei democratici».


E il secondo, Giordano, cosa replica?
Condivido integralmente il progetto. E sono d’accordo con lui anche sulla necessità dei tempi accelerati.
Ma perché, secondo te, oggi c’è questa possibilità?
Soprattutto per una cosa. Perchè credo che oggi ci siano le condizioni nella società. Ma insomma vediamo cosa è avvenuto davvero in questi anni...
E cosa è accaduto?
Dopo Seattle, alla fine del secolo scorso, quello straordinario movimento antiliberista è riuscito a riverberarsi a Genova, è riuscito a diventare concreto anche in Italia. Cambiando radicalmente tutto, anche a sinistra. E quella soggettività sociale, quella che s’è definita “il movimento dei movimenti”, è riuscita ad aprire un orizzonte nuovo. Noi, noi Rifondazione intendo, abbiamo avuto l’intuizione che quell’esplosione di soggettività sociale avrebbe cambiato anche noi. Altri sono, invece, andati in direzione opposta.
Stai parlando del partito democratico, immagino?
Sì. E non sto parlando solo della sua collocazione nello scacchiere politico. Sto parlando di qualcosa di più profondo, di più inquietante. Ma, insomma: dopo quella straordinaria stagione che ha posto domande drammatiche alla politica, cosa accade? Accade che i diesse scelgono di dare una risposta che è tutta dentro la logica separata della politica. Una risposta che è quasi simbolica di come la politica possa essere impermeabile. Una risposta che nega esattamente quelle soggettività che si sono manifestate in questi anni.
Ma ora un “pezzo” di quel partito, s’è staccato. E chiede al resto della sinistra di ridisegnarsi completamente. Di unirsi, di trovare le forme di una nuova possibile collaborazione.
E io sono d’accordo. Sono in totale sintonia con i tratti di questo nuovo soggetto così come li disegna Giovanni. Anch’io penso che debba essere costruita rapidamente e che abbia una chiara, riconoscibile impronta antiliberista e pacifista.
Pensi a qualcosa di simile alla Linke tedesca? Insomma, il progetto che hai, che avete, può prendere a prestito qualche modello internazionale?
Continuo a restare all’intervista di Giovanni. E mi intriga molto il discorso che ha fatto sull’America Latina. Coglie aspetti importanti. Perché è indiscutibile che, al di là delle diverse, singole realtà, quel continente sta vivendo una stagione nuova. C’è un enorme protagonismo dei paesi, dei governi, dei movimenti che li animano, in rapporto con le persone, con le comunità. E, se ci pensi, tenendo sempre comunque a mente le dovute differenze, sempre considerando, insomma, che le due realtà non sono paragonabili, se ci pensi, dicevo, è proprio l’obiettivo che poniamo noi alla sinistra: investire sull’Europa, sul nostro continente. Investire sui movimenti sociali europei, credere nel rapporto con le comunità, con le forme di autorganizzazione che nascono dai conflitti. Posso fare una battuta?
Ovviamente.
In questi giorni, nei giorni del congresso di Firenze, tanti osservatori hanno definito quella fra Ds e Margherita come una fusione a freddo. Ecco al contrario io immagino, quella nuova della sinistra, come “una soggettività calda”. Che nasce nel vivo dei conflitti. Che cominci a delineare, già nelle sue vertenze, nelle sue battaglie, un’alternativa di società. Che cominci a disegnare un’altra società possibile, altre relazioni fra le persone. Basate sui valori della non violenza.
A proposito: Giovanni Berlinguer ha detto che la scelta della non violenza di Rifondazione è stato il vero elemento che potrebbe rendere possibile l’unità delle sinistre.
L’ho letto e lo ringrazio. E mi pare un riconoscimento decisivo. Anche se...
Anche se cosa?
Una cosa vorrei dirla a Giovanni. Lui sostiene che la nostra scelta è stata prima etica che politica. Mette molto l’enfasi sul carattere morale. Non è esattamente così. Per noi la “non violenza” è soprattutto una scelta politica. Perché implica l’abbandono di tante suggestioni del secolo scorso che puntavano alla presa del potere. O del governo, fa lo stesso. No, la “non violenza” porta con sé anche l’idea che il nostro obiettivo non è il ricambio delle classi dominanti ma la trasformazione sociale. Cambiare la vita, la vita concreta delle persone, le forme di governo. Nessuna presa del palazzo, insomma. Piuttosto una trasformazione molecolare, i cui protagonisti siano i soggetti che si autorganizzano. Se vuoi una forma mutuata più dalle esperienze del femminismo, dei nuovi movimenti per la pace piuttosto che dalle vecchie forme del socialismo.
Insisti molto sul sociale, sul carattere innovativo che dovrà avere la sinistra prossima ventura. Berlinguer, e tanti con lui, insistono però anche molto sul fatto che le attuali forme della sinistra – i partiti, insomma – dovranno mettersi assieme. Sei sicuro che la tua strada e quella di Berlinguer siano proprio la stessa cosa?
Sia chiaro: io non faccio alcuna discriminazione verso nessuno. Però non si scappa dal nodo centrale: la cifra del nuovo soggetto della sinistra dovrà essere un’idea alternativa della società, dovrà essere l’innovazione politico culturale. Non ci si può limitare a mettere insieme l’esistente.
Per capire ancora meglio: perché oggi si può fare e per esempio prima delle elezioni non si poté realizzare la proposta Asor Rosa di una lista comune di tutta la sinistra?
Appunto perché quella proposta si limitava a fotografare quel che c’era. Oggi, ti ripeto – e credo anche su questo di essere in sintonia con Giovanni – c’è una dinamica sociale che richiede di costruire una nuova soggettività. Dentro una logica che esce dalla separatezza della politica.
Le tappe di questo percorso? Come lo immagini?
Le tappe concrete le vedremo. C’è l’appuntamento del 5 maggio, l’assemblea nazionale della ex sinistra diesse. C’è il 16 giugno l’avvio della fase costituente della Sinistra europea. Ma io dico di più. E parlo delle cose da fare ora, adesso. Domani mattina.
Quali?
Vedo che il partito democratico si è autoattribuito la definizione di guida, motore della coalizione oggi al governo. La prima cosa che viene da dir loro è: ma chi vi ha dato la patente? Al di là delle battute, credo che siamo ad un passaggio decisivo per delineare l’identità politica e sociale del governo dell’Unione. Perché è irrinviabile l’apertura della stagione che abbiamo chiamato del “risarcimento sociale”.
I soldi “del tesoretto”, giusto?
Giusto. Che certo non potranno essere distribuiti come pretenderebbe Padoa Schioppa. Non è accettabile. E su questo vorrei che la sinistra, tutta, trovasse subito le forme di coordinamento possibile per un’iniziativa unitaria. E ancora: sta per partire la vertenza contrattuale dei metalmeccanici. Le stesse forze, questa sinistra è disposta, unitariamente, a fare da sponda politica a quella vertenza? E’ disposta a dare voce ad una categoria che da troppo tempo è senza rappresentanza politica? Ecco queste sono le cose da fare subito, ora.
Stai dicendo di spostare a sinistra l’asse della coalizione. Anche se – ad essere sinceri – i discorsi, come quelli di Marini al congresso della Margherita vanno nella direzione opposta: c’è chi immagina governi senza Rifondazione.
Noi abbiamo espresso lealtà ad un governo dell’Unione fondato su un mandato preciso e su un programma. E  bisogna sapere che chi tenta di modificare in senso moderato tutto ciò crea condizioni di instabilità e produce una rottura col popolo dell’Unione. Questo vale anche per il futuro.
Che vuoi dire?
Che l’appartenenza ai futuri governi dipenderà dalla natura dei programmi e dalle relazioni coi movimenti. Per essere chiari: la collocazione del governo non può essere un ”a priori”, ma una scelta che va verificata socialmente e politicamente.
Prima parlavi della Sinistra europea. Ma dì la verità: è difficile dare vita ad un soggetto che probabilmente già all’atto di nascita discuterà gli strumenti per superarsi.
E qui sbagli. Sbagli di grosso. La sinistra europea, come Rifondazione, non è a tempo, se è questo quello che mi chiedi. La Sinistra europea è l’approdo di un percorso che abbiamo cominciato fin da Genova. Guai a fare confusione. Si ricadrebbe nel drammatico errore, fatto da Fassino e Rutelli, per cui conta esclusivamente il contenitore. Noi nasciamo aperti, aperti al confronto con tutti. Ma quello è il luogo che abbiamo scelto per elaborare le nostre proposte, il nostro progetto. Ma insomma, non vedo perché dovremmo rinunciare alla nostra identità. Esattamente come non chiederemo a nessuno dei protagonisti che immaginiamo nel nuovo soggetto unitario della sinistra, di rinunciare alla loro. Sarebbe sbagliato, improponibile.
Un’ultima cosa: secondo te la débâcle della sinistra francese ha accelerato la discussione in Italia sulla riaggregazione della sinistra?
E’ indubbio che lì la sinistra radicale è stata penalizzata dalla logica del “voto utile”. Che ha premiato la Royal contro un candidato di una destra pericolosa che forse non abbiamo ancora analizzato a fondo. Capace di legare i vecchi elementi xenofobi e autoritari con discorsi di chiara impronta sociale. Molti hanno votato per paura, insomma. Ma resta anche, credo, la mancata innovazione delle forze della sinistra radicale francese. Incapaci, mi sembra, di proiettare in una dimensione continentale lo straordinario movimento che si è opposto alla Costituzione liberista.
E quel voto cosa insegna all’Italia?
Una cosa riguarda tutti.
Quale?
Una riflessione sul sistema elettorale, per esempio. Il doppio turno costringe ora tutti e due i candidati a rincorrere i voti del centro. Snaturando paradossalmente la stessa logica bipolare che pure era sottesa a quel sistema di voto.
L’altra cosa?
Riguarda la sinistra. E ci conferma che fuori dal rapporto coi movimenti non esistono chance di successo.

( Intervista di Stefano BocconettiLiberazione, 26 aprile 2007 )

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 26, 2007 21:17 | link | commenti (1)
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Italia: sì a riforma della Bossi-Fini sull'immigrazione.

Il Consiglio dei ministri ha dato ieri il via libera al disegno di legge redatto dai ministri dell’Interno Giuliano Amato e per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero che delega il Governo a modificare la legge Bossi-Fini sull’immigrazione. "La modifica della Bossi-Fini - ha spiegato il ministro Giuliano Amato - si è resa necessaria perché i meccanismi hanno favorito una spropositato ingresso di immigrazione clandestina rispetto a quella regolare". Prevedere che chi viene in Italia abbia già un contratto prima dell'ingresso "è un congegno che può funzionare e che abbiamo mantenuto solo per il personale qualificato, ma non funziona per il personale non qualificato e le badanti, che vengono assunti solo da chi li ha già visti in faccia" - ha spiegato il ministro dell'Interno. Secondo il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero il disegno di legge "interviene concretamente per favorire l'inclusione sociale dei migranti e delle loro famiglie".

Il disegno di legge
prevede alcune novità importanti, rispetto alla Bossi-Fini attualmente in vigore: dalla semplificazione delle procedure per ottenere il permesso di soggiorno a nuove regole per i Cpt, che non scompaiono ma cambiano radicalmente. Tra le novità, la possibilità di entrare per cercare lavoro iscrivendosi ad apposite liste, o attraverso una banca dati di raccolta delle richieste e delle offerte. O anche il ritorno dello sponsor (già previsto dalla Turco-Napolitano, e abolito dalla Bossi-Fini): a fare da garante per l’ingresso in Italia di un extracomunitario potrà, infatti, essere sia un privato cittadino sia uno sponsor istituzionale. Cioè enti locali, sindacati, associazioni imprenditoriali. C’è anche l’opportunità, per lo straniero in possesso di "risorse finanziarie adeguate", di "autosponsorizzarsi".

Chiudono però da subito i Cpt di Brindisi, Ragusa e Crotone, mentre saranno approfondite le condizioni di altre strutture di permanenza temporanea degli immigrati: in particolare, quelle di Torino, Bologna, Modena e Gradisca d'Isonzo (Gorizia). Attività che potrebbero concludersi con eventuali altre soppressioni o riqualificazioni delle strutture stesse. Con una seconda direttiva il ministro ha inoltre invitato i Prefetti ad assumere nuovi criteri per l'accesso ai Centri, garantendo la più ampia trasparenza e conoscenza dell'attività e dei servizi resi agli ospiti. Sarà consentito l´accesso in tutti i Cpt ai rappresentanti delle organizzazioni umanitarie internazionali e nazionali, e i giornalisti, con i fotocineoperatori che li accompagnano, potranno accedere ai Centri sulla base di un'autorizzazione che sarà rilasciata dai Prefetti, sentiti gli enti gestori delle strutture interessate.

"Un disegno di legge delega -
sottolinea una nota di Save The Children - sostanzialmente positivo, che ha recepito gran parte delle raccomandazioni fatte nel percorso di consultazione, un processo innovativo e apprezzabile che ha coinvolto le organizzazioni competenti in materia di immigrazione". In particolare l'associazione conferma l'apprezzamento per misure che "consentiranno una maggiore tutela dei diritti dei minori stranieri, in particolare quelli non accompagnati, come sancito dalla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza". L'organizzazione ribadisce inoltre l'importanza e la validità delle nuove norme riguardanti il rilascio del permesso di soggiorno al compimento della maggiore età ai minori stranieri non accompagnati, ai minori accompagnati e a quei minori che, avendo compiuto un reato, hanno successivamente partecipato a un successivo programma di integrazione".

"Il ddl è sicuramente una buona notizia, ma lascia l’amaro in bocca" -
commenta Giulio Marcon di Sbilanciamoci!. "Si poteva fare di più e fare una vera scelta di accoglienza e di solidarietà. Ci sono altri aspetti del provvedimento che suscitano apprensione. Tra questi il limitato trasferimento delle competenze per il rilascio del permesso di soggiorno dalle questure ai comuni solo in forme sperimentali e parziali; i pochi soldi a disposizione per l’attuazione della legge; alcune clausole discriminatorie (tra cui la conoscenza della lingua italiana) per l’entrata nel nostro paese degli emigrati iscritte nelle liste delle ambasciate. La campagna Sbilanciamoci! in questi anni ha fatto proposte puntuali: la chiusura dei CPT e la destinazione dei fondi relativi alle politiche di integrazione e di accoglienza degli immigrati (circa 200 milioni di euro); e poi una legge sulla cittadinanza – non discriminatoria e rispettosa dei diritti- che sarà oggetto però di un’altra legge, che speriamo possa vedere presto la luce". [GB]

( fonte:http://www.unimondo.org/ ) 

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 26, 2007 10:38 | link | commenti
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mercoledì, 25 aprile 2007

25 aprile 2007

postato da: GioCoAlb alle ore aprile 25, 2007 11:01 | link | commenti (3)
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