Giovani Comunist@ Alberobello
Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx


Via Umberto,7
70011 Alberobello (Bari)
Ai segretari politici dei Partiti:
- Margherita
- D. S.
- S. D. I.
- Socialisti Autonomisti
- Lista Di Pietro
- U.D.E.U.R.
Al Prof. Bruno De Luca
Sindaco di Alberobello
Il locale Circolo di Rifondazione Comunista con un manifesto pubblico, che si allega in copia, ha esplicitato le proprie priorità programmatiche in vista delle prossime elezioni amministrative ed ha dichiarato la propria disponibilità a condividerle con altre forze politiche.
A seguito di tale pubblica, dichiarata, disponibilità ci saremmo aspettati di essere convocati per discutere con il centro-sinistra della possibilità di costruire intese su un programma in vista delle prossime elezioni.
Al fine di verificare la possibilità di accordo sui punti programmatici di che trattasi, accordo che potrebbe essere sancito con la presenza di nostri candidati all’interno della lista comune, vi chiediamo un incontro che proponiamo possa tenersi il giorno 31 marzo 2007 alle ore 18 e 30 nella nostra sede in via Umberto, 7 in Alberobello.
In attesa di riscontro porgiamo cordiali saluti.
Alberobello, 28 marzo 2007
Il segretario
Michelangelo Dragone


Il governo dell'Unione regge nelle votazioni sugli ordini del giorno (14) presentati al Senato nella seduta, tuttora in corso, sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero, tra cui l'Afghanistan. Con 155 sì e 160 no, l'Aula di Palazzo Madama ha respinto l'ordine del giorno di Forza Italia, sul quale alla fine erano confluite anche le firme dell'Udc, che chiedeva di trasformare il segno della presenza militare italiana a Kabul da compiti di "difesa passiva" a "difesa attiva". Approvato invece a larga maggioranza (311 sì, tre contrari) l'ordine del giorno della Lega che chiede di dotare i militari italiani di "attrezzature adeguate" per fronteggiare la situazione di pericolo sempre più accentuata in Afghanistan.
L'assemblea ha dato inoltre il via libera all'ordine del giorno di Rifondazione Comunista che impegna il governo ad "intensificare le iniziative negoziali e di mediazione per costruire i presupposti di una conferenza internazionale di pace". "Questa - si legge nell'odg - deve essere accettata soprattutto dalle popolazioni civili, dalle associazioni democratiche e dalla società civile afgana, lavorando al contempo alla possibilità di una trasformazione della presenza internazionale nel paese".
Critiche da Rifondazione si sono sollevate sull'approvazione di un altro ordine del giorno della Lega che esclude la partecipazione alla conferenza di pace da parte di forze che "non abbiano deposto le armi". Il capogruppo del Prc Giovanni Russo Spena non ha partecipato al voto, dando libertà di coscienza al gruppo. Hanno votato contro tre senatori di Rifondazione Comunista (Fosco Giannini, Claudio Grassi e Tiziana Valpiana), più il senatore dell'Ulivo Furio Colombo, Oskar Peterlini del movimento per le Autonomie, l'ex Prc Franco Turigliatto e Fernando Rossi ex Pdci.
Sono ora in corso le dichiarazioni per il voto finale sul decreto del governo. Fi, An e Lega hanno già annunciato in giornata la propria astensione. L'Udc voterà invece a favore.
In Aula il ministro degli Esteri D'Alema ha respinto la richiesta di Alleanza Nazionale di modificare il decreto (e quindi rimandarlo alla Camera) per fornire più mezzi e uomini ai militari italiani a Kabul. D'Alema ha spiegato di aver chiesto allo Stato maggiore dell'Esercito una "relazione tecnica" sulla situazione in Afghanistan. Al momento, quindi, ha aggiunto, non sarebbe possibile modificare il decreto con apporti puntuali in quanto la relazione tecnica non è ancora pronta. Il decreto di rifinanziamento delle missioni militari all'estero deve essere approvato in via definitiva entro il 2 aprile prossimo.
E’ ancora incerto il quadro politico che accompagnerà oggi al Senato il voto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, tra cui quella in Afghanistan. A mezzogiorno si riunirà la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama per decidere se riaprire i termini per la presentazione di nuovi ordini del giorno, come richiesto dall’Udc. Eventualmente, i nuovi testi si sommerebbero ai 14 odg già presentati (dalla Lega Nord, da Forza Italia, Rifondazione e Udeur, An e anche da Cossiga) e ai 36 emendamenti depositati (tra cui i 26 di An che chiede di aumentare gli stanziamenti finanziari per il contingente italiano, passando da 10 a 20 milioni di euro, e di stabilire modalità di finanziamento semestrale e non più annuale).
Mentre Forza Italia, Lega Nord e An sembrerebbero al momento posizionati sulla linea dell’astensione (che al Senato equivale al voto contrario) nel voto sul decreto del governo, l’Udc si dichiara disponibile al sì, mirando a presentare propri ordini del giorno che già ora, a scatola chiusa, ricevono il sostegno da parte di Mastella (“Li votiamo”), dopo le aperture di ieri da parte del presidente del Senato Franco Marini (“Più armi in Afghanistan”). Casini continua a giocare le sue carte per futuri (presenti) scenari centristi e avverte il governo: “Se Prodi non avrà 158 voti per l'autosufficienza sono disposto a chiedere ai capigruppo parlamentari dell'Udc di andare con quelli di Forza Italia, An e Lega al Quirinale per chiedere le dimissioni del Governo".
E’ il merito, tuttora oscuro, degli ordini del giorno dell’Udc a preoccupare le forze dell’Unione, o almeno quei settori (sinistra radicale) fermamente contrari alla realizzazione in Aula di maggioranze diverse da quella emersa dalle urne dell’aprile 2006. Resta infatti da vedere se gli annunciati odg centristi conterranno effettivamente la richiesta di più armi e magari più mezzi per i nostri militari in Afghanistan (e in questo caso sarebbe scontato il no della sinistra radicale, che invece vota sì sul decreto del governo con la conferenza di pace) o se si limiteranno a richiedere l’assicurazione di condizioni di sicurezza in uno scenario sempre più critico. Ipotesi, quest’ultima, che comunque non piacerebbe alla sinistra radicale, d’accordo sulla necessità di assicurare sicurezza ai nostri soldati, ma contraria a che una iniziativa del genere venga lasciata nelle mani dell’Udc come esca verso maggioranze diverse: “Perché non la assume tutto il governo?”, è l’interrogativo. Appare evidente infatti che, pur trattandosi di semplici ordini del giorno, il problema è politico.
Dopo Marini intanto, oggi anche il presidente Prodi riconosce la possibilità che il decreto sulle missioni militari possa essere modificato in Parlamento (“Cambiamenti particolari sono sempre possibili”). Quanto alla maggioranza risicata dell’Unione al Senato, il premier riconosce che "in questa situazione incidenti possono capitare, come è già capitato in una votazione al Senato". In ogni caso, aggiunge Prodi, "lo svolgimento della crisi ha dimostrato che non vi erano alternative e quindi si è ricominciato con l'iter governativo di prima".
Sull’impegno dei due poli per favorire intese sulla politica internazionale si sofferma Giorgio Napolitano. "Sono convinto e non esito a ripetere – dice il presidente della Repubblica - che nella democrazia dell'alternanza la competizione non esclude ma comprende l'ascolto reciproco e un confronto costruttivo, e addirittura richiede la ricerca dell'intesa, la cooperazione, appunto, su determinate questioni fra le quali quelle di natura istituzionale e quelle, tema scontate oggi, relative agli impegni internazionali dell'Italia".
Sulla previdenza «il confronto non sarà una passeggiata». Il segretario della Cgil Epifani sintetizza così all’uscita da palazzo Chigi il confronto appena iniziato su welfare competitività e pubblica amministrazione. Il presidente del Consiglio, che ci tiene a far sapere di assumersi tutta la responsabilità della trattativa, ha scritto nero su bianco che l’età della pensione va alzata. Perché, aggiunge, è aumentata l’aspettativa di vita. Nel documento consegnato ai sindacati ancora non c’è scritto come. Non è escluso che la soluzione adottata possa essere quella degli scalini, con una partenza al 2008 che vale quasi mezzo “scalone” e poi un andamento progressivo di due anni in due anni fino al 2012. Insomma, lo scalone più che abolito, come scritto nel programma dell’Unione, se passerà la proposta verrà diluito. Ma non è solo questo elemento ad agitare i sindacati. L’esecutivo, adottando la tattica dell’“uno-due”, ha messo nel piatto anche l’aumento dei coefficienti. Argomento molto indigesto, soprattutto per la Cgil. La Cisl, invece, vede un «ammorbidimento» delle posizioni del governo. E’ ancora presto per dire se le strade dei due sindacati cominciano a divergere proprio sulla previdenza - del resto non sarebbe la prima volta - però il sindacato di via Po potrebbe accettare una procedura di adeguamento dei coefficienti più veloce di quella attuale che prevede verifiche ogni dieci anni. «Non sono così ottimista come Bonanni - dice Epifani – leggo in modo diverso la vicenda dei coefficienti. Se dobbiamo fare sul serio facciamo sul serio. Non possiamo avere equivoci». C’è un terzo ostacolo che impedisce un clima sereno sulla previdenza, il calcolo dell’equilibrio del sistema. L’esecutivo ancora è fermo al cumulo tra previdenza ed assistenza. E così i conti non tornano. A dire la verità i conti sono un po’ strambi. I commissari del Fmi attesi lunedì a palazzo Chigi ci metteranno un po’a capirci qualcosa. Stando a quanto ha annunciato proprio ieri mattina il ministro Padoa Schioppa in commissione al Senato il salto fatto dal bilancio ha del miracoloso. Siamo passati da un rapporto debito/pil intorno al 108% al 105,4. Come è proponibile quindi un ulteriore allungamento dell’età pensionabile? Non solo, quanto si potrà continuare a negare il contratto ai dipendenti statali? «Se non arriva il contratto - tuona Epifani - nessuno potrà impedire lo sciopero».
Insomma, la prima giornata di confronto, se si esclude il capitolo sul Mezzogiorno e quello sugli incentivi ai contratti di secondo livello, su cui la strada sembra spianata, è piena di zone grigie. Un «no» all’aumento dell’età minima per andare in pensione e al taglio dei coefficienti giunge anche dal segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano. «Per noi l’aumento dell’età pensionabile deve avvenire con incentivi, e poi restiamo contrari a mettere mano ai coefficienti», dice ai cronisti in Transatlantico. Il segretario del Prc ribadisce anche che ora l’obiettivo deve essere «il risarcimento sociale, insieme con la lotta alla precarietà e all’innalzamento delle pensioni di base». Il confronto tra le parti sociali proseguirà con questa tabella di marcia: mercoledì 28 marzo pomeriggio, il tavolo sulla modernizzazione della pubblica amministrazione; giovedì 29, mattina, il tavolo sulla produttività e la competitività, cominciando subito dal nodo del mezzogiorno; giovedì 29, pomeriggio, il tavolo sulla previdenza ed il mercato del lavoro. «Le dichiarazioni di Prodi sulle pensioni sono assolutamente negative, vanno respinte», ha sottolineato il segretario nazionale della Fiom e leader di “Rete 28 aprile“, Giorgio Cremaschi commentando i risultati del primo incontro tra Governo e sindacati. «Nei luoghi di lavoro - ha aggiunto Cremaschi - c’è contemporaneamente rabbia e paura di fronte all’aumento dell’età pensionabile e alla vergogna del taglio delle pensioni per i più giovani. La trattativa inizia malissimo». Gliunici a gioire per il momento sono le Rappresentanze di base, da ieri ammesse al tavolo.
Anche per il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini la situazione non è delle migliori. «Si preannuncia una trattativa molto complicata - sottolinea in una nota - che riguarda questioni decisive per la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici. Da questo confronto, si aspettano un miglioramento e non un peggioramento della loro condizione retributiva e previdenziale» Rinaldini focalizza due questioni centrali: la revisione dei coefficienti e l’elevamento dell’età pensionabile. «Non sono accettabili - aggiunge - e, tanto meno, possono essere presentati come una sorta di manutenzione (così l’ha chiamata Prodi, ndr) del sistema previdenziale».
( Liberazione, Fabio Sebastiani 23 marzo 2007 )