Giovani Comunist@ Alberobello
Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. karl marx
Carissim*,
augurandomi e augurandovi la fiducia al governo Prodi da noi votato, ecco cosa penso dei Dico in questo nuovo assetto.
In realtà, allo stato di fatto, nulla è cambiato per l’iter parlamentare del ddl Bindi-Pollastrini, escluso dai 12 punti di Prodi in quanto già calendarizzato in Commissione Giustizia al Senato presieduta dal Senatore (“gay friendly”) Cesare Salvi. Le stesse chance di passare al Senato c’erano prima e ci sono adesso, i senatori non sono cambiati, né i Ministri in carica. Tra l’altro la “new-entry” Follini si è espresso sui Dico “né magnificandoli né demonizzandoli” (come me, ma per motivazioni diverse), quindi un atteggiamento più aperto e possibilista rispetto all’Udeur che è nella nostra coalizione sin dall’inizio.
Sono troppo ottimista? Io giudico i fatti allo staus quo. Né mi preoccupa che tra i 12 punti ci sia l’impegno per politiche familiari, in tutte le loro forme. Fare politiche di sostegno per le famiglie disagiate, soprattutto se con figli è importante. E ricordo che è in vertiginoso aumento la percentuale di figli nati in coppie di fatto; erano nel 1995 (secondo l’stat) l’8% dei bambini nati e dopo 10 anni arrivano al 15%. Fare politiche che aiutano i conviventi con figli servirà anche alle coppie lesbiche che, ad esempio, sono già ricorse alla fecondazione assistita eterologa in Spagna o in Svizzera. Insomma, faremmo il gioco di chi crede che c’è incompatibilità tra politiche familiari e diritti civili se gridassimo al “tradimento” per il fatto che uno dei 12 punti riguarda le politiche familiari. Dobbiamo tutelare la parte debole della nostra società, non fare una guerra tra coppie di fatto non tutelate giuridicamente e famiglie svantaggiate economicamente. Un esempio: vorrei che ci fossero più risorse per l’edilizia popolare e non scatenare la guerra tra una famiglia sposata in Chiesa e una coppia di fatto, entrambi bisognose di un alloggio in una società caratterizzata dal caro-casa.
La Francia insegna che non c’è incompatibilità tra i Pacs istituiti nell’ottobre ’99 e le politiche familiari - e non “familistiche” del nostro centrodestra più arretrato dello stesso Sarkozy. In Francia ci sono gay e lesbiche tutelate nel progetto di vita affettivo e ci sono altri provvedimenti per la famiglia come “l’allocation familiale” (un aiuto economico fino alla maggiore età), “l’allocation logement” (sostegno al costo dell’affitto per famiglie a basso reddito), voucher per babysitter qualificate, asili nido e micronidi... La stessa Francia ha il più alto tasso di natalità in Europa: il 2%, contro poco più dell’1% italiano.
Da questo punto di vista la manifestazione del 10 marzo indetta dal movimento Lgbtq non è contro Prodi ma pro Unioni Civili (titolo di un paragrafo del programma dell’Unione). Lo slogan non è contro ma un incoraggiamento: “Sveglia, è l’ora dei diritti!”, solo perché noi tutti vorremmo essere ancora in vita quando il Parlamento Italiano applaudirà l’approvazione di una legge che riconosce che, dal nostro volerci bene e investire su sentimenti e speranze, possano scaturire diritti e doveri.
( Vladimir Luxuria, Liberazione 28 marzo 2007 )
Oggi Prodi si presenta al Senato. Mercoledì il voto. Il centrosinistra dispone di un numero di voti che oscilla tra i 156 e i 158 più i senatori a vita. E alla vigilia del dibattito, indiscrezioni (pilotate? da chi?) parlano di riforma delle pensioni (con riduzione dei coefficienti) e provocano le reazioni furiose dei sindacati
«Quanta fretta, ma dove corri, dove vai…?». Il Gatto e la Volpe apostrofano così l’ingenuo Pinocchio nella canzone di Bennato. E ieri erano in tanti a domandarsi più o meno la stessa cosa dopo che i capigruppo del Senato hanno deciso di fissare per mercoledì sera il voto sulla fiducia a Prodi. Non giovedì, dunque, come si era vociferato. Brivido: oddio, ma ce li abbiamo i numeri? Il pensiero corre a Rita Levi Montalcini: «Non è all’estero?». «Sì, ma rientra oggi». Sollievo.
In realtà, c’è poco da scherzare. Alla precaria situazione numerica, ieri si è aggiunta la polemica su alcune anticipazioni della riforma delle pensioni, una mina sulla strada del “ritrovato” dialogo all’interno della maggioranza.
Renato Schifani, presidente dei senatori di Forza Italia, spiega così la decisione di anticipare il voto di fiducia: «La conferenza dei capigruppo in piena autonomia su richiesta dell’opposizione ha deciso di accelerare i tempi. Del resto il Presidente della Repubblica aveva invitato il Presidente del Consiglio a recarsi in tempi brevissimi in Parlamento. Non avrebbe avuto senso dover attendere ben tre giorni per un voto finale». Non fa una piega. Tanto che alla maggioranza è stato pressoché impossibile dire di no. Con quale argomento avrebbe potuto? Che la senatrice Montalcini potrebbe arrivare in ritardo? Tommaso Sodano, vicepresidente dei senatori del Prc, la mette così: «Con grande senso di responsabilità i capigruppo dell’Unione sono andati incontro alle richieste dell’opposizione di concludere mercoledì con il voto di fiducia il dibattito in aula. Questo dimostra che siamo piuttosto tranquilli sulla conferma del Senato al governo Prodi. L’opposizione era convinta che ci saremmo opposti con ogni mezzo a questo calendario per il timore che non riuscissero ad essere presenti alcuni senatori a vita. Non è così e lo abbiamo dimostrato».
Peccato che il cattivo pensiero dell’opposizione sia molto vicino alla realtà. Sono 158 i voti necessari perché si possa parlare di maggioranza politica (esclusi, cioè, i senatori a vita), la soglia minima chiesta implicitamente dal presidente Napolitano e impugnata come un randello dalla Casa delle Libertà. Solo che la cifra ancora non torna con matematica certezza. I voti sicuri, al momento, infatti, sono solo 155 – compreso l’ex Udc Marco Follini – che diventano 156 se si aggiunge quello di Fernando Rossi, il senatore che nel mercoledì nero si è astenuto sulla mozione del governo, il quale conferma il suo sì. “Appesi” sono i voti dell’indipendente Luigi Pallaro e dell’ormai ex-Prc Franco Turigliatto. Entrambi ci devono pensare. Il primo oggi sarà a Roma e all’Ansa che lo ha raggiunto prima di imbarcarsi a Buenos Aires, il senatore manda a dire: «Il mio voto per il governo? Vedremo domattina (cioè oggi, ndr) a Roma. Non è che io non voglia dare il mio voto a Prodi, ma la questione è che ho bisogno di assicurazioni su un progetto di ampie intese. Parlo di uno schema che magari non si deve applicare subito, ma a cui si deve lavorare sfruttando l’opportunità che ci ha concesso questa pausa». Il secondo continua a ripetere che deciderà dopo aver ascoltato il discorso di Prodi e, soprattutto, poiché «la fase 2 è cominciata», dopo aver visto «il quadro complessivo».
Nessun dubbio, invece, sul voto di Sergio De Gregorio: andrà ad ingrossare le fila dell’opposizione, che così si piazza a quota 156. Quanto ai senatori a vita, la novità dell’ultima ora è il sì annunciato da Giulio Andreotti, visto che i Dico non figurano tra i dodici articoli del mini-programma prodiano. Restano confermati i consensi di Ciampi, Scalfaro, Montalcini e Colombo e il no di Cossiga. In forse Pininfarina.
Insomma, nonostante le ostentazioni di sicurezza, è naturale che prosegua il lavorio (tra appelli e promesse) per convincere questo o quel senatore a votare per il governo. Non ci volevano, perciò, le anticipazioni di <+UtIt>Repubblica<+Ut> sulla riforma delle pensioni, che, oltre tutto, mettono in allarme i sindacati. Il ministro per l’attuazione del programma, neo-promosso a portavoce del governo, Giulio Santagata, si affretta a smentire: «Assistiamo in queste ore ad un fiorire di ipotesi e anticipazioni che hanno per oggetto il discorso con il quale il Presidente Prodi chiederà la fiducia al Parlamento. Quello che dirà Prodi sarà, come è ovvio, reso noto alle Camere. Per questo, tutto quello che in merito si legge sugli organi di stampa in questi giorni è destituito di fondamento». Ma la bomba, con perfetto tempismo, ormai è scoppiata. «Fuori luogo» bolla le anticipazioni il presidente dei senatori Prc Giovanni Russo Spena; di «gioco allo sfascio» parla Augusto Rocchi (capogruppo del Prc in commissione Lavoro alla Camera), il quale sottolinea che le indiscrezioni «non corrispondono né al programma dell`Unione, né al dodecalogo». Gennaro Migliore, presidente dei deputati comunisti, stigmatizza il tentativo di «ridimensionare il dibattito a sinistra» e avverte: «Il dodicesimo punto del programma, che giudico positivo, non vale solo per noi. Vale anche per Padoa Schioppa».
In questo clima, Prodi sarà oggi pomeriggio al Senato; il dibattito proseguirà domani, con voto previsto intorno alle 21. Alla Camera subito dopo: giovedì il dibattito, venerdì mattina il voto. Sempre che al Senato non sia un altro mercoledì nero.
| E' un paradosso clamoroso, ha il sapore amaro della beffa. Mercoledì al Senato è venuta meno la maggioranza numerica nel momento e sul tema che registravano la massima coesione della maggioranza politica. E’ sul fronte della politica estera, infatti, che il governo Prodi ha marcato in questi mesi la più netta innovazione rispetto alle scelte del precedente esecutivo. Nella sua relazione di mercoledì, il ministro D’Alema aveva ribadito con grande precisione le pietre angolari di questa nuova politica estera: denuncia della strategia unilaterale adottata dall’amministrazione Bush (e in Italia da quella Berlusconi), centralità della politica euromediterranea e dell’impegno per la risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, uso crescente dello strumento civile a scapito di quello militare nelle missioni internazionali, pur all’interno di una riconfermata lealtà alle alleanze internazionali. D’Alema si era poi spinto oltre. Affrontando il nodo delicatissimo della missione afghana aveva chiarito al di là di ogni dubbio l’intenzione di adoperarsi attivamente per ottenere un cambio di strategia, sfruttando a tal fine le occasioni offerte dall’agenda dell’Onu, in particolare dal dibattito del prossimo ottobre sulla conferma delle missioni, ma anche impegnandosi per la convocazione di una conferenza internazionale. Allo stesso tempo, il ministro aveva chiaramente affermato la decisione di privilegiare, nell’immediato e a maggior ragione in prospettiva, il versante cooperativo della missione in vista di uno sbocco politico della crisi. Nonostante il franco dissenso sulla nuova base di Vicenza, il Prc è sempre stato cosciente della profondissima innovazione introdotta dal governo di centrosinistra in politica estera. A maggior ragione, lo è stato dopo la relazione del ministro degli Esteri. Identica e convinta condivisione era stata peraltro espressa da tutti i gruppi dell’Unione: tanto più assurdo e a prima vista incomprensibile risulta pertanto l’esito del voto. La scelta dei senatori a vita è libera e insindacabile. Quegli esponenti dell’Unione (pochissimi) che ieri hanno criticato il senatore Andreotti per la sua fatale astensione hanno senza dubbio sbagliato. Senza voler sindacare nulla, è però lecito chiedersi cosa abbia spinto i senatori Andreotti e Pininfarina a votare contro il governo dopo una relazione che, almeno il primo, pareva invece condividere. E’ impossibile evitare il sospetto che quelle astensioni abbiano veicolato un dissenso che non riguardava la politica estera ma piuttosto l’introduzione dei Dico. Non si tratta di immaginare complotti, ma solo di prendere atto delle fortissime pressioni esercitate dalle gerarchie vaticane, con tutti i molti mezzi a loro disposizione, per bloccare la legge sulle Unioni civili. Chiedersi se a provocare la caduta del governo sia stata davvero la politica estera non può tuttavia indurre a sottovalutare il ruolo destabilizzante esercitato in questi mesi, e anche in questi ultimi giorni, dai cosiddetti “dissidenti” dell’Unione. A provocare la sconfitta del governo non sono state le astensioni dei senatori Ferdinando Rossi e Franco Turigliatto, come fanno credere quasi tutti i giornali di ieri. Se anche avessero votato a favore, la relazione del governo sarebbe stata sconfitta per un voto. Tuttavia i dissensi “di sinistra”, le continue indecisioni, le martellanti apparizioni sui giornali, le ricorrenti minacce di far mancare il proprio voto hanno creato un varco, offerto un’occasione e un alibi, reso facile il lavoro ai molti che non vedevano l’ora di accollare alla sinistra alternativa la responsabilità della crisi. Poco importa, di fronte a un simile (ma del tutto prevedibile) bombardamento, ricordare che non una sola volta, incluso il voto di mercoledì, il governo è stato battuto per responsabilità della sinistra alternativa. Alcuni dirigenti dell’Unione e gli editorialisti di importanti quotidiani non se ne curano: dalle loro parole trasuda l’impazienza di metterci il bavaglio Questa incapacità di comprendere la necessità, non di piegarsi a una realpolitik, bensì di valutare l’azione del governo nel complesso, misurandosi sulle strategie di fondo e non sulle scelte particolari, è stata incomprensibile ed esiziale. Il danno per il paese, per la sinistra e per il Prc quasi incalcolabile. Il Prc, cioè il partito che con maggior convinzione aveva sostenuto in aula la relazione del ministro degli Esteri, è apparso, per responsabilità di un singolo e neppur determinante voto, come responsabile di una crisi che si era adoperato più di ogni altro per evitare. La situazione è difficile e pericolosa. Ma la coesione politica raggiunta, su un terreno molto avanzato, in occasione del dibattito sulla politica estera costituisce una risorsa preziosa, indica la sola via possibile per superare la crisi. Si tratta di trasformare quella maggioranza politica in maggioranza anche numerica, muovendosi all’interno del perimetro tracciato dal programma dell’Unione. Senza svendere nulla ma anche senza inutili rigidità. Si tratta anche di chiarire, una volta per tutte, che la fiducia in un governo non può esaurirsi nel voto iniziale, ma deve riguardare anche le sue scelte particolari, almeno sino a quando queste non siano tali da rimettere in discussione la sua ispirazione di fondo e la sua strategia complessiva. Raggiungere l’obiettivo non sarà facile e non sarà indolore. Costerà fatica e costerà sacrifici che si sarebbero facilmente evitati senza l’irresponsabilità di alcuni. Il percorso è diventato più aspro. La nostra bussola non può che essere, ancora una volta, la condivisione delle iniziative dei movimenti e il “saper fare” nella difficile dialettica istituzionale. Bisogna saperlo. |
| 23 febbraio 2007 |
Iperattivismo nella sede del Policlinico.
La prima idea: compagni nelle piazze domenica per parlare, parlare, parlare alla gente.
Facce lunghe sì, ma di quelle che si danno subito animo. Preoccupazione tanta, per il compito di spiegare agli iscritti e al popolo dell'Unione che stavolta non è il '98 e che Turigliatto non è Rifondazione. Fiducia di non essere soli a voler andare avanti con il governo Prodi, pur nelle difficoltà di comunicazione con il mondo fuori che spara su viale del Policlinico mail e telefonate di protesta per il voto al Senato. Sono scatti di cosa succede nel quartier generale del Prc il giorno dopo le dimissioni del governo. La prima idea sul 'che fare' prende corpo in un briefing mattutino: invitare i compagni di tutti i circoli d'Italia a distribuire volantini che invocano 'Il governo Prodi deve continuare!', a organizzare una presenza nelle piazze d'Italia domenica prossima, in accompagnamento alle conferenze di organizzazione territoriali fissate in vista di quella nazionale di fine marzo. Parola d'ordine parlare con la gente, spiegare cos'è successo, chiarire che Rifondazione dice no alle larghe intese e ai governi istituzionali, che vuole andare avanti con Prodi sulla base del programma dell'Unione.
La crisi di governo porta l'attivismo e la solidarietà reciproca a livelli elevatissimi in un palazzo che, come è successo in tutte le sedi dei partiti di governo dalla vittoria elettorale dell'Unione, è di solito più tranquillo per il trasferimento di gran parte della 'manovalanza' nelle sedi istituzionali. Daniela della Comunicazione e Beatrice dell'Organizzazione approntano subito una riunione di tutto lo staff dei dipartimenti per decidere il dafarsi. La linea è aprirsi all'esterno, comunicare che sono passati nove anni dal '98 e che stavolta chi contesta la caduta del governo può prendersela solo con chi in Parlamento è venuto meno al vincolo di mandato deciso al momento delle candidature e non con un'intera direzione politica.
Nel giro di poche ore la strategia comunicativa viene lanciata sul sito del partito. Organizzarsi per rispondere il più possibile a chi chiede chiarimenti dall'esterno, lasciarsi anche sputare addosso per avere l'occasione di chiarire. Numeri di telefono e un apposito indirizzo email ('parlaconnoi@rifondazione.it) servono a convogliare i messaggi dalla base (anche quella dell'Unione tutta, visto che sono in molti gli elettori degli altri partiti della coalizione che bussano al Prc). Walter, Michele, Daniela, ma anche Erasmo, Francesca, Giovanni: dirigenti del Prc, giovani e non, si sistemano davanti ai pc per rispondere alle decine di domande che arrivano sul forum online di rifondazione.it, di solito dedicato ad un solo esponente del partito per settimana ma trasformato per l'occasione della crisi di governo in 'Collettivo del 22/2' dalla creatività del tecnico Bibi. 'Delusione e rabbia', scrive Vezio. Mahdi si sofferma sulla 'trappola riuscita'. Cardinal dice che 'Turigliatto ha sbagliato', Nicoteraf scongiura: 'Il governo Prodi deve andare avanti' e Gotama implora contro un eventuale ingresso del leader centrista del Movimento per l'Autonomia': 'Lombardo mai...'. Non manca qualche messaggio di solidarietà a Turigliatto.
Mentre la fucina del forum lavora a pieno ritmo, Anna e Checco sono alle prese con chi fa sentire la propria voce con le mail o al telefono (a centinaia). Nunzia, la segretaria napoletana, arriva sconfortata: "Mamma mia! Una tizia in mail ci augura il tumore a tutti...". Andrea, con il suo telefonino ipertecnologico, si occupa di registrare il messaggio video del segretario ai navigatori del sito. "Noi dichiariamo sin d'ora una totale e incondizionata fiducia a Prodi, che abbiamo sostenuto sulla base del programma dell'Unione", spiega Franco Giordano. "Gli stessi movimenti per la pace, le stesse esperienze di conflitto sociale vogliono continuare ad avere un governo in grado di poter esaudire le richieste che da sempre hanno prodotto. Non bisogna inseguire logiche di larghe intese o, peggio, di governi istituzionali. Abbiamo un mandato elettorale, abbiamo un programma, abbiamo un presidente del Consiglio e con loro dobbiamo andare avanti".
Accogliere lo sfogo della base è in sé sfogo per chi sta nel palazzo. La possibilità di interagire con i 'compagni sul territorio' alleggerisce la tensione, si esulta per i contatti sul sito, per l'attivismo. Certo, c'è l'amaro in bocca per quanto è accaduto a Palazzo Madama. Un compagno ne approfitta per raccontare una storia dell'89: "Era appena caduto il regime in Ungheria. In Italia si riunisce l'Associazione Culturale Marxista per discutere della 'catastrofe' in corso nell'est. Presente il compagno Cossutta. Il compagno Pestalozza prende la parola: 'il momento è grave, ma ci sono segnali positivi. Compagni! Vi annuncio che il quartetto d'archi di Budapest ha chiesto la tessera del partito!'. Il compagno Leoni, cossuttiano di sinistra, non si trattiene. Mani al collo di Pestalozza che finisce sbattuto sulla cattedra di Cossutta: 'Ma come?? Abbiamo perso lo stato, l'esercito, la polizia, la Banca Centrale... e dovremmo essere contenti per quattro musicisti amici tuoi???!".
(Angela Mauro, Liberazione - 23 febbraio 2007)
La giornata di oggi vede tutto il partito impegnato negli incontri della Direzione nazionale e dell'assemblea con i segretari presso la Federazione romana, mentre domenica Rifondazione sarà in tutte le piazze. Il filo diretto con voi attraverso il telefono o la mail parlaconnoi@rifondazione.it vedrà perciò un rallentamento, per riprendere a pieno ritmo lunedì, insieme ad un nuovo forum online.
Questi sono i numeri e l'indirizzo di mail per chiedere chiarimenti sulla crisi di governo, porre domande, sfogare i vostri sentimenti, discuterne. Continuate a telefonare e a scriverci anche se potrete ricevere risposte con un po' di ritardo.
Al telefono:
06 44182252
06 44182434
06 44182206
06 44182262
06 44182310
Via mail:
Nota: vi preghiamo di convogliare le mail in questo unico indirizzo. Ci renderà più facile il compito di rispondervi. Grazie